CHE DOLORE LASCIARE IL NOME DI “CASSA RURALE”

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21 LUGLIO 2019 – Pratola Peligna si prepara a festeggiare, sabato 27 luglio, i cento anni della banca cittadina, la Cassa Rurale ed Artigiana, ora Banca di Credito Cooperativo. Per ripercorrere le tappe di questo lungo cammino proponiamo alcuni servizi di approfondimento del ruolo della Cassa Rurale

Il periodo più doloroso per i soci della “banca di Pratola” fu quello dei preparativi per cambiare il nome.

Un po’ tradizionalisti, un po’ scaramantici, agricoltori e artigiani non volevano rinunciare alla “Cassa rurale ed artigiana di Pratola Peligna”, che così com’era si presentava anche come un biglietto da visita; anzi, meglio, una lettera di cambio che non aveva bisogno di firma, perché aveva dietro di sé un intero paese, dunque qualcosa di molto di più di una cassaforte o di un “portafoglio”. Dietro, come soleva dirsi, c’era una economia solida, che non sfarfalleggiava con gli strumenti finanziari che avrebbero demolito colossi bancari nazionali, infettati dalla smania di giocare di finanza, più che di organizzare con criterio economico i fattori della produzione (come il codice civile definisce ancora oggi all’art. 2082 il ruolo dell’”imprenditore”; ancora oggi che molti degli imprenditori sono diventati soltanto prenditori).

L’abracadabra delle operazioni solo finanziare o, peggio, solo nominali, non affascinava, anzi indignava la base dei soci della “Cassa Rurale ed Artigiana di Pratola Peligna”; quanto, poi, alla esigenza di formare un polo nazionale che tenesse testa alle molte concorrenze di piccole e grandi aree industriali, le perplessità degli antichi soci stavano nel riscontro che gli equilibrismi del cambio dei nomi avevano in passato solo rinviato i problemi. Difficile fu pure la rimozione del limite tra i soci agricoltori e artigiani da una parte e quelli di altra estrazione, cioè professionisti, im…prenditori, dipendenti, insomma tutto il mondo degli “altri”.

Per quelli che erano entrati nella assemblea dei soci in virtù del lavoro che facevano, accogliere queste componenti spurie era un perdere una qualità. Nelle assemblee all’ultimo piano di Via Gramsci non se ne faceva cenno, ma nei conciliaboli del pre-assemblea si avvertiva che non era quello il sacrifico che avrebbe consentito di conquistare nuove fette di mercato per libretti di deposito e conti correnti. La “Cassa rurale”, almeno nella sua base e negli anni Settanta, non faceva mistero della diffidenza per tutto il mondo piccolo-industriale che si andava formando nell’area di sviluppo tra Santa Brigida e i primi distributori di benzina di Sulmona. Era quello un polo dove, alla luce dei risultati giunti fino al “momento in cui andiamo in stampa” (come si scriveva nei quotidiani di quei tempi) sarebbe stato meglio che fossero rimasti alberi di pesche e zucche: le “cococce” che secondo i pratolani davano anche il nome ai sulmonesi, cococciari, ma senza la perfidia con la quale la presa in giro veniva ricambiata. Era solo un modo colorito di rimarcare la scelta delle coltivazioni ortive in alternativa alla viticoltura nella quale Pratola rifulgeva e con la quale riempiva migliaia di enormi botti, alcune decisamente fuori misura come quelle da 80 e 100 ettolitri che potevano fare la fortuna di intere famiglie ogni anno. E portare alle stelle i depositi che garantivano il robusto 5% annuo, senza correre appresso ai “Cirio bond” che hanno devastato i piccoli risparmiatori ingordi.

Un attaccamento così forte alla strategia dei piccoli passi concreti non poteva che creare fibrillazione per l’abbandono del marchio di ruralità ed artigianalità, tendenze similari per una comunità che si adattava a qualsiasi versione pur di non rimanere con le mani in mano. E c’era qualcosa che alimentava la crescita di una “Cassa Rurale” che si fortificava per neutralizzare la fondazione di identiche banche a Scanno e a Vittorito, cioè nei poli opposti rispetto alla zona di sua competenza.

Nella foto del titolo il regalo per i soci nel cinquantenario della fondazione

 

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