ANABASI MODERNA NEL “PASSAR L’ACQUA” DI GILDO DI MARCO

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FIORI E SPERANZE DI LA’ DAL FIUMECONTRIBUTO CORALE DELLA VALLE PELIGNA: L’ESEMPIO DI CANSANO

22 GIUGNO 2022 – L’esigenza di realizzare un passaggio fisico che sia di auspicio per un transito spirituale, se non proprio di un rinnovamento, si avverte oggi nella riscoperta di un antico rito accompagnato da abbondanti decorazioni floreali. E se ne è reso partecipe e promotore il prof. Gildo Di Marco, che già nel 1995 ha ridato ai sulmonesi la tradizione della Giostra cavalleresca. Fino ad epoche molto più recenti di quel XVII secolo, che segnò l’interruzione della Giostra, si svolgeva l’attraversamento di un fiume, per lo più del Vella, per compiere il passaggio. E, infatti, domani sera, partendo da Piazza Garibaldi, sulmonesi, peligni e turisti dell’epoca della grande siccità compiranno l’anabasi ridotta, poco più di un salto, data proprio la ristrettezza del torrentello smunto dalle tante derivazioni irrigue, verso la Majella. Non per raggiungerla, quanto per avvicinarsi. Si fermeranno tra il verde innaffiato di un vivaio, quello del “Garden dei Parchi”, dove i più volenterosi aspetteranno l’alba come dalla Plaja di Introdacqua, all’alba di San Giovanni, D’Annunzio racconta che si aspettava il sole sorgere dalla Majella.

“A passar l’acqua” si intitola la riscoperta di Di Marco nel XXI secolo e riprende le molte esigenze dell’uomo di oggi: sono certamente quelle del contatto con l’elemento della natura più rigenerante, quello che non distrugge; ma anche quelle di un moto continuo, che dà vita ai numerosi “cammini”.

Sulla tradizione del “Passar l’acqua” ospitiamo un contributo della prof.ssa Anna Di Giannantonio:

Cansano ha aderito al progetto “A passar l’acqua” organizzando un laboratorio operativo al femminile, in cui mani abili  ed attente si sono attivate per la creazione di un disegno floreale, che riproducesse, attraversi 16 pannelli, la bella illustrazione grafica ideata da Alberto Macone, su invito del nostro Giovanni Guadagnoli. Il soggetto, scelto come tema, non si riferisce a vicende storiche, nè ad aspetti paesaggistici o artistici del nostro territorio, bensì rientra nel mondo del fantastico, dell’ignoto, del “meraviglioso”, un mondo fatto di misteri e di presenze arcane…

Il “quadro” realizzato narra infatti una leggenda, propria della cultura popolare abruzzese, in particolare appenninica. E’ un racconto che si snoda da un tempo lontano, in cui l’esistenza si svolgeva nelle sue forme più semplici e naturali. Allora, la parte più popolata di Cansano era la così detta Partajova ,con le case addossate le une alle altre, con la sua lunga scalinata che sembrava dovesse portare in cima al mondo. Di fronte ad essa, su una delle colline circostanti, si apriva e si apre ancora una delle grotte del territorio, chiamata “la grotta de gliu Mazzemariéglie”, dal suo abitante: un essere presente nell’immaginario collettivo di Cansano, da sempre pensato nella sua anormalità, nel suo esistere al di fuori della realtà, visibile solo attraverso la sua ombra che si allungava sui muri pietrosi delle case; un essere che, secondo la credenza popolare, faceva sentire la sua presenza attraverso piccoli rumori, scricchiolii, colpi improvvisi, e proprio da questo suo modo  di manifestarsi sarebbe derivato il nome stesso, formato dall’unione dei due termini ” mazza” (colpo) e “murello” ( muro), tradotti nella lingua dialettale.

Gliu Mazzemariéglie non rappresentava, comunque, la negatività del male. Si diceva, infatti, che “spaventava i cattivi ma era buono con i buoni”. La sua è stata, piuttosto, una figura, seppur misteriosa,  grottescamente simpatica alla stregua di un folletto, da sempre immerso nel paesaggio così come lo sono i cespugli, i muschi, i sassi, gli animali selvatici; un folletto che, nelle notti di plenilunio, guizzando agilmente sui tetti, avvolgeva in un abbraccio Cansano, quasi fosse un suo possesso. La sua leggenda, in una cultura prevalentemente contadina qual era quella del nostro paese tra il ‘700 e la prima metà del ‘900, è stata trasmessa oralmente di generazione  in generazione, raccontata tante volte, attorno al focolare, dai nonni ai nipotini, dai padri ai figli, nelle gelide serate d’inverno mentre il vento soffiava tra i vicoli e i dirupi…I bambini ascoltavano attoniti, spaventati da quel personaggio strano, per loro incomprensibile che, se non fossero stati buoni e ubbidienti, sarebbe arrivato, al buio, a portarli via. Era questo il racconto che si ripeteva…, che ha segnato certamente per più di due secoli l’infanzia dei Cansanesi ed è rimasto nell’inconscio di tanti. Poi, col tempo, quando “quella” parte antica di Cansano è diventata irrealmente silenziosa e deserta, allora gliu Mazzenariéglie è scomparso, dimenticato da tutti o forse ricordato solo da pochi, tornando a confondersi – ci piace immaginare – per una eterna metamorfosi, con gli alberi, la terra, i ruscelli, le rocce del nostro territorio. E sarebbe bello dare un seguito alla sua storia…e poter raccontare che, in qualunque forma si sia identificato e dovunque sia, stia lì ad aspettare che “quelle” case si riaccendano, che si riempiano di nuovo di voci e rumori, che torni la vita dove oggi regnano il silenzio e l’immobilità”.

L’immagine che ha ispirato i 16 pannelli floreali
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