UNA INCISIONE DEL 1244 ALLA BASE DI ARCHI SCOPERTI IN UN MAGAZZINO TRA LA PIAZZA E LA “TOMBA”- E A MONTE DELL’ACQUEDOTTO SI LIBERANO ALTRI ARCHI
12 APRILE 2025 – La monumentale opera sulle iscrizioni nella città di Sulmona, curata da Ezio Mattiocco con la collaborazione di vari studiosi, dovrà avere un’appendice significativa, dopo l’ultimo volume che in copertina riprendeva lo striscione per la battaglia sulla conservazione del Tribunale. Una data significativa, quella del 1244 (MCCXLIV), è stata scoperta, incisa su una enorme pietra, alla base di una serie di archi, in un locale, probabilmente usato per scuderia, in Largo Minzoni, durante i lavori che il cav. Filippo Frattaroli ha effettuato per il recupero storico-monumentale. Al di sotto del piano stradale, tuttavia più in alto di una base pavimentale in pietra fluviale, l’iscrizione della data riporta direttamente al periodo svevo, addirittura precedente alla stessa morte di Federico II, quando la città era sede della Curia imperiale per tutto l’Abruzzo. Il locale doveva essere funzionale ai grandi traffici commerciali che si svolgevano nella adiacente Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Garibaldi, dove la dinastia sveva collocò le fiere del Regno di Sicilia prima ancora di Manfredi di Hohenstaufen e, quindi, prima dell’acquedotto medievale che fu costruito agli albori della seconda metà del XIII secolo.
E, a proposito dell’acquedotto, altri lavori in un magazzino dello stesso Largo Minzoni stanno ridando luce e vita ad un ulteriore arco dell’acquedotto che, come è noto, si inoltra nelle costruzioni a monte della Piazza e del mulino che confinava con l’attuale scalinata di Santa Chiara. Ovviamente è di identica consistenza degli altri; ma non è neanche l’ultimo di quelli che si potranno palesare se una paziente azione di riscoprimento sarà perseguita nei prossimi anni. Rappresenta un segmento dell’opera idraulica, colossale per i tempi, intrapresa sotto il regno di Manfredi, il “reggente” in luogo del nipote Corradino. Era lo stesso sovrano che punì severamente L’Aquila, bruciandola (e quella era la “città fridericiana”), e che risplende nell’affresco del Museo civico, confuso con Re Ladislao prima dell’approfondimento di Mattiocco e Colangelo nel 1994 e della divulgazione de “Il Vaschione” nel 2022 (onde fu sostituita l’indicazione da “Re Ladislao” in “Sovrano svevo”).
Si scava, dunque, nel nucleo focale della dominazione sveva, in quello che Filippo Frattaroli, tornato appositamente da Boston per prendere visione degli ultimi lavori (nella foto in basso), chiamerebbe hard-core della Sulmona che contava nel XIII secolo e, quindi, della Sulmona più bella a metà strada tra la Piazza Maggiore e il tempio di Giove, attuale chiesa di Santa Maria della Tomba. Nel locale dove la data sveva è venuta alla luce, c’era una macelleria, che recava una scritta incorniciata: “Anemie? Deperimenti? Sempre carne sotto ai denti…”, un presagio per i robusti investimenti che si stanno concentrando, in un periodo di crisi totale per la città, all’ombra del barocco campanile di Santa Chiara, ulteriore stratificazione di arte e suggestione di una Sulmona che sa riproporsi dalle viscere più profonde.







