A BUSSI FU COMPIUTO IL DISASTRO

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LA SENTENZA DI APPELLO HA CAPOVOLTO LE ASSOLUZIONI DELLA ASSISE DI CHIETI

17 FEBBRAIO 2017 – Maurilio Aguggia, Carlo Cogliati, Leonardo Capogrosso, Salvatore Boncoraglio sono stati condannati alla pena di tre anni ciascuno.

Nicola Sabatini, Domenico Alleva, Nazzareno Santini, Luigi Guarracino, Carlo Vassallo, Giancarlo Morellialla pena di due anni.

Si è chiuso così il processo di appello per l’inquinamento e il conseguente disastro colposo nell’area della ex Montedison a Bussi officine, a poche decine di metri dal Fiume Pescara, che ha trascinato e sta trascinando in tutto il suo bacino i veleni interrati decine di anni fa.

La decisione di primo grado è stata, così, capovolta dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, presieduta dal dott. Catelli. Gli imputati sono stati condannati anche a risarcire varie parti civili e per la quantificazione dei danni si svolgeranno le cause civili.

“La terra che non ha nessuna colpa del delitto che nasconde”: sono parole scritte non oggi e non per la sentenza di Bussi, ma duemila e quindici anni fa, da Publio Ovidio Nasone. Raccontava, nelle sue “Metamorfosi”, del rapimento e della violenza subita da una ninfa per opera di un fiume innamorato. Esisteva anche di questo nella grandiosa fantasia del Vate: ma non poteva esistere lo scenario di un inquinamento così grande e così disastroso da rovinare la stessa terra che dà vita ai suoi figli. Poeta dell’indescrivibile, che peraltro descriveva plasticamente le scene più sconvolgenti delle battaglie, ed anche stupri ed incesti, Ovidio deve essersi fermato davanti al crimine che nessuna passione può giustificare, neppure quella per il denaro e per il potere. E oggi, ancora duemila anni dopo, la Terra torna a non essere colpevole dell’inquinamento che ha dispensato a centinaia di migliaia di abruzzesi; qualcuno, al posto suo, è colpevole, anche se questa verità è emersa molto tardi e potrebbe, comunque, essere smentita in Corte di Cassazione. Ma un’ altra tessera è stata aggiunta al mosaico che alla fine rappresenterà tutto il panorama di un angolo d’Abruzzo nel quale confluiscono le acque di una decina di fiumi. Non sono i fiumi innamorati che cantava Ovidio, ma quelli per i quali vivevano, traendone linfa, tre province su quattro della regione lontana dalla civiltà.

Ora la sentenza su Bussi dovrebbe giungere a spezzare definitivamente il ragionamento capzioso in base al quale non si può creare occupazione lavorativa se non si aggredisce il territorio: un equivoco sul quale si sono maturati i più assurdi compromessi e altri si pretende di celebrarne, a carico dei fiumi e del mare d’Abruzzo. Se l’industria avvelena, non può restare assolta: poco interessa che i protagonisti del “delitto nascosto dalla terra che non ha colpa” non scontino un giorno di carcere. Non è con un giustizialismo estremo che si risolvono i problemi della conservazione dell’ambiente, ma con la serena applicazione dei principi che segnano il disco rosso a chi intendesse programmare altri delitti. A questo servono le Corti, se la legge ha un potenziale di deterrenza nei suoi precetti.

Passeggiare accanto alla confluenza del Pescara con il Tirino vuol dire comprimere oggi lo struggente interrogativo su come sarebbe stato quell’angolo d’Abruzzo senza quel delitto; e rivela la sottile certezza che niente tornerà come prima, neppure dopo una bonifica che domani (forse) qualcuno pagherà per intero. Ma lo stupro alla natura, che duemila anni fa non era neppure immaginato nella straordinaria fantasia di Ovidio, oggi può essere contrastato solo dalla consapevolezza che nulla rimarrà impunito.

(Nella foto: il Pescara al suo passaggio accanto alla discarica incriminata. Tutta la ricostruzione dell’inchiesta di Bussi, i riferimenti culturali e la sottile contraddizione di un processo così importante celebrato a porte chiuse sono gli argomenti trattati nella sezione “La terra che non ha nessuna colpa” di questo sito, cui si accede attraverso l’immagine mattutina di un fiume che sembra un lembo di Paradiso)