A BUSSI NON C’ERANO ORCHI, SOLO INDUSTRIALI PASTICCIONI

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MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA AMPIAMENTE PREVEDIBILI

4 FEBBRAIO 2015 – E’ finita come doveva finire: per Bussi i giudici hanno ritenuto che non si potesse parlare di intenzione di avvelenare la gente che abitava la Valle del Pescara (nella foto in alto il Pescara a Bussi Officini scorre a fianco dell’autostrada): “solo” si deve considerare l’ipotesi dell’inquinamento. Del resto, che nei capannoni dell’industria di Bussi Officine si nascondessero degli orchi, armati di barili e cisterne di arsenico per innaffiare le falde del Pescara e uccidere quanta più gente possibile, era una ricostruzione un po’ azzardata, come sostengono i giudici che hanno depositato ieri l’altro le motivazioni della sentenza additata da molti quale scandalo e, invece, semplice applicazione di criteri giuridici ampiamente prevedibili. Questo dicono i giudici nella motivazione: “non vi era alcuna ragione sotto il profilo dell’interesse personale dei singoli imputati, ma anche nell’ottica di una sorta di interesse superiore ed unificante estrinsecantesi in direttive date in attuazione della politica di impresa volta a minimizzare i costi per la tutela ambientale, che potesse in alcun modo giustificare la scelta – volontaria e consapevole – di avvelenare le acque di falda emunte al campo pozzi. A ben vedere una simile scelta sarebbe stata non solo del tutto incompatibile con l’ordinario agire umano, ma anche controproducente sotto il profilo strettamente imprenditoriale”.

Succede spesso che una ipotesi di reato venga trasformata in altra molto più grave e che i tempi del processo (e della prescrizione) vengano considerati in una durata più estesa: quando, poi, il giudice deve ritenere che la prima prospettazione era quella giusta, si rende anche conto che è passato il tempo sufficiente a compiere la prescrizione. E si presta il fianco a quelli che affermano che “non ci sono colpevoli”. Certo: non ci sono gli orchi che avrebbero ucciso o tentato di uccidere con l’arsenico. Ma ci sono gli industriali che hanno inquinato e che per questo debbono ripristinare il Pescara com’era: costi quel che costi. Questo ci sembra il primo insegnamento della grave vicenda di Bussi.

L’altro imperativo che dovrebbe scaturire da questo processo è una esigenza di chiarezza: le associazioni ambientalistiche e i sindaci dei Comuni ovvero il presidente della Regione, che si sono costituiti parte civile, hanno, almeno, assunto l’impegno di destinare i risarcimenti pretesi, e magari riconosciuti in sede civile, alla specifica tutela del fiume Pescara? Oppure pretendono di incassare sostenendo che, tanto, già hanno agito per la tutela ambientale? Oltre al fatto che negli anni Settanta, cioè quando si sarebbero realizzati gli ultimi, gravi reati, non abbiamo mai sentito il WWF o i Comuni o la Regione protestare per Bussi (anzi, la Regione  si è girata dall’altra parte anche fino a cinque o sei anni fa), cosa mai può interessare il cittadino della Val Pescara se una rimpinguata associazione si dedica a scongiurare, per esempio, le trivellazioni in Adriatico, o se un Comune rifà la rete fognaria o se la Regione ripiana i buchi di bilancio formati per pagare le notti in albergo o le scrofanate di aragoste dei suoi vertici? Vogliamo essere un po’ precisi e non fare di ogni arsenico un veleno… redditizio?

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