AH, ERA IL 14 NOVEMBRE 1971…

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PICCOLI SEGRETI SI SVELANO DALLE LOCANDINE NELLE QUINTE DEL TEATRO COMUNALE

10 SETTEMBRE 2023 – Era collocata in una nebulosa di epoca indefinita fra i ricordi quella rappresentazione dell’”Arden di Feversham” al teatro comunale, quando una stagione artistica del Teatro Stabile dell’Aquila, non ancora Associazione Teatrale Abruzzese e Molisana (ATAM), si intrecciava con la programmazione dell’Ente Teatrale Italiano coniugata con il Teatro Club di Sulmona. Il cartellone del Teatro Stabile presentava opere di impegno; l’altro, il teatro tradizionale, era fatto per lo più di evasione e, per questo, era molto più frequentato.

Per l’“Arden” c’erano sì e no una trentina di spettatori. L’”impegno” si sentiva tutto ed era un po’ complicato stargli dietro fino alla fine. Terminato il secondo atto, quando era già quasi mezzanotte, lo sparuto gruppo di spettatori pensò che fosse del tutto finito e non rientrò dopo l’intervallo. A registrare lo sconsolo degli attori, nel palchetto della stampa, primo a sinistra guardando il palcoscenico, ci furono solo due giornalisti: uno del “Tempo” e l’altro del “Messaggero”, ai quali rimase impresso il tonante ordine lanciato da un protagonista in costume del XVI secolo: “Fate entrare i prigionieeeeeri!!”. Questo prevedeva il copione, ma qualcosa (forse l’amarezza del personaggio) lasciò nel dubbio che prigionieri avrebbero dovuto essere gli spettatori che invece erano diventati uccelli di bosco nelle vie deserte attorno a San Domenico.

Ora, dalle locandine che tappezzano le quinte, emerge una data preziosa: era una rappresentazione del 14 novembre 1971, l’anno di tante cose belle al teatro comunale, a cominciare dalla prima edizione del “Signor G” di Giorgio Gaber. Allora sì, che c’era stato il pienone della platea e di molti palchi, sebbene il Signor G non fosse tenero con i borghesi che affollavano i suoi spettacoli: “I borghesi son tutti dei porci, più son grassi e più sembrano lerci, più son lerci e più c’hanno i milioni, i borghesi son tutti…”. E un borghese, trascurando la metamorfosi che proprio in quei mesi l’artista stava compiendo passando da crisalide a irripetibile farfalla del teatro nazionale, ebbe l’ardire di chiedere al sig. Gaberscik, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo e per di più proprio dentro al camerino, se nella seconda parte di quell’eccezionale monologo non avesse attinto al repertorio di prima, “con l’incantevole Porta Romana”…

E non si accorse neanche del suo svarione, quel…

L’arredo spartano di un camerino al teatro comunale

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