CORAGGIOSA DICHIARAZIONE ALL’INDOMANI DEL DDL SUGLI ECOREATI
20 MAGGIO 2015 – Gianfranco Amendola è il simbolo stesso della tutela giudiziaria dell’ambiente.
Era in prima linea quale pretore quando negli anni Settanta a mala pena si conosceva il significato di ecologia ed ecosistema. E allora i pretori potevano fare tanto, perché la loro competenza, sebbene ridotta a poche centinaia di migliaia di lire nella materia civile, in tema di reati ambientali sconfinava usque ad sidera ed usque ad infera: potevano mettere il naso anche nelle faccende di Saturno. E’ stata quella giurisprudenza a far sentire il fiato sul collo a imprenditori di facili costumi in fatto di ambiente.
Ora Amendola è procuratore della repubblica di Civitavecchia ed ha espresso serie riserve sull’ultima legge, tanto strombazzata dalla maggioranza, sugli “ecoreati”. Ha detto, tra l’altro, che l’inserimento del termine “abusivamente”, riferito all’azione dell’autore del disastro ambientale, è fuorviante, perché così si metteranno al riparo tutti coloro che avranno comunque ottenuto una autorizzazione. “La legge – ha detto il dott. Amendola ad una intervista al “Fatto quotidiano” di oggi – non prevede che sia punito chi commette un omicidio “abusivamente” o chi provoca un incendio “abusivamente””. Se è inutile, una aggiunta non necessaria può essere pericolosa e portare a conseguenze paradossali. Dunque, come opportunamente annota lo stesso procuratore della repubblica, si tratta di una legge scritta “per accontentare Confindustria”. Una delle tante, ci sarebbe da aggiungere, perché gli industriali vanno riformando a destra e a manca, con la scusa (o senza) che lo vuole l’Europa.
Una considerazione finale del dott. Amendola lascerà interdetto chi pensa che l’evoluzione legislativa segni sempre un progresso: “In attesa che cambino le condizioni politiche e si possa migliorare questa legge, per fortuna resta in vigore il buon vecchio codice penale degli anni ‘30”. Dal Codice Rocco ad oggi le cose, da un punto di vista logico e sistematico, sono andate peggiorando, tanto che i varchi realizzati da riforme fatte (apposta?) male hanno determinato la sostanziale impunità soprattutto nell’ambito dei reati contro la pubblica amministrazione e contro le risorse ambientali (più ancora delle leggi ad personam per salvare Silvio Berlusconi). Una serena ammissione di inadeguatezza dovrebbe portare anche a scardinare le scempiaggini che sono state dette sulla riforma del codice di procedura penale, da noi molto di recente sottolineate proprio per il processo alla discarica di Bussi, celebrato a porte chiuse perché gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato.
Il codice di rito degli anni Trenta, interpretato da centinaia di sentenze della Corte Costituzionale, giunto alla vigilia dell’ottobre 1989 era migliore di quello attuale. E si dovrebbe disattivare quel perverso meccanismo che all’indomani di una riforma fa applaudire ad un lieto evento nel cammino del progresso; occorre discernimento per capire quando effettivamente si fanno passi avanti.
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