ANCORA IL PROIETTI CORAGGIOSO E COERENTE

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NEL LIBRO POSTUMO RACCOLTI I CONTENUTI DEL GRANDE ATTORE CHE ALLESTI’ AL TEATRO COMUNALE “A ME GLI OCCHI” – OSSERVAZIONI SFERZANTI SU POPULISMO E ANTIPOLITICA CHE SEMBRANO SGORGATE DAL GENIO DI PETROLINI

16 MAGGIO 2021 – La tentazione per l’avventura, per la sfida al destino e la lusinga e il fascino della coerenza, dell’essere per bene prima che lo suggerisca il perbenismo; tutto questo traspare nella raccolta di “sonetti e sberleffi fuori da ogni regola” che le figlie e la compagna di una vita di Gigi Proietti (nel titolo, in un suo disegno) hanno proposto su richiesta della editrice “Rizzoli”. Ne è uscito un… diario non autorizzato del grande attore, maestro dei molti che oggi calcano le scene, ma in fondo più soddisfatto di aver lasciato un altro frammento del teatro di Petrolini, al quale si rifaceva aggiungendo molto di suo e brillando di luce propria come una stella dello stesso firmamento.

“’Ndo cojo cojo” è uscito da poche settimane e realizza il miracolo di non negare al suo pubblico gli aspetti più intimi del Proietti che si dedicava alle scene come se stesse a casa sua, ma che era un vulcano del quale è difficile raccogliere tutti i materiali, tanto schizzano lontano e rimangono scottanti. Per esempio, bruciano i versi che evocano l’esperienza del “Teatro tenda” (dove Proietti portò “A me gli occhi” dalla prima a Sulmona e vi aggiunge un “please”): “A noi, co’ ‘na pedana e un praticabile / je dimostrammo che era più sensibile / er progetto de ’na struttura mobile / che un teatro che se chiamava stabile / ma stava fermo e ancora resta immobile”.

E le soddisfazioni più grandi riemergono in questi versi, proprio perché vengono dalle ingiustizie più profonde: come non ricordare lo scippo del “Brancaccio” sul quale tanto aveva puntato Proietti per la sua scuola?  Una rivincita da avventuroso eroe solitario gli venne dal successo del “Globe theatre” di Villa Borghese e la traduce in questa “Lettera dar Globbe”. “Ammazza sì che avemo combinato / potemo dì ch’er sogno s’è avverato / e fra le fronne e l’alberi è già nato / un posto che, vedrai, sarà invidiato / (c’è sempre chi apre bocca e je dà fiato…) / Però chi der teatro è innamorato / qui se potrà gustà tutto er “creato” / de li granni poeti der passato. / E st’arberi Borghesi so’ contenti / e pare che parlottino fra loro / e nun fanno mancà li comprimenti: / “Sto Globbe è veramente bbello, eppoi / nun ce disturberà” dicheno in coro / “perché, in fonno, è de legno come noi”.

Lo stupore dei primi versi sembra riproporre, quasi quaranta anni dopo, la sorpresa dello stesso Proietti quando sostituì Modugno indisposto (“una indisposizione molto misteriosa”) in “Alleluja, brava gente” al Sistina, lui che era abituato a navigare con un non proprio popolarissimo Gombrowicz di “Operetta (“Attenti a non farsi ingannare dal titolo. Era un autore difficilissimo, provocatorio, alternativo”). Ma per Proietti, che visse la svolta del successo con quell’invito che gli attori fanno sulle scene per invocare attenzione, “A me gli occhi”, il successo non era una sirena cui non poter resistere, tanto è vero che, come Petrolini, rimase distaccato osservatore del come va il mondo: come quando esplodevano campagne di stampa a.. comando: “C’è scritto sopra er “Time” americano / quanto fa schifo Roma Capitale. / E questo ce dispiace. Però è strano / che mo’ tutta la Stampa Nazionale / da Nord a Sud pe’ tutto lo Stivale / tutt’a ‘n botto, come ‘ na bomb’a mano / esplode. E tutto er Popolo Romano / se ne vergogna, ce rimane male / se sente in corpa e dice: “Ch’è successo ? / So’ anni che parlamo de monnezza / e er “Time” se n’accorge solo adesso?”. / Pe’ ccarità la cosa c’amo letta / è vera, ma quarcuno ci ha scommesso / che st’accelerazione è ‘mpo’ sospetta. / Nun ‘ troppo improvviso er temporale? / Qui vonno fa’ cascà tutto er Cibborio! / Dicono: ”Mo’ de tutto quanto er Male / bisognerà trovà er Capro spiatorio”.

Ed è il Proietti della lucidità delle frasi provate e… rincarate al “Comunale” di Sulmona prima della Prima a scudisciare tutti coloro che non più di qualche anno fa stigmatizzavano il populismo e l’antipolitica: “E’ sbagliato governare attraverso la paura. Ma più sbagliato (anzi gravissimo) incutere paura su cose che, o non esistono, o si presentano come se fossero reati e non lo sono”.

Chiudendo questo libro dopo l’ultimo sonetto sembra di uscire ancora dal “Comunale” dopo una prova di Gigi Proeitti.

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