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Di Pietrantonio presenta il suo “L’arminuta” a due passi dal Pescara

12 MARZO 2017 – Alla libreria Einaudi di Via del Porto a Pescara Donatella Di Pietrantonio spiega che

non ha voluto fare abuso del dialetto nel suo ultimo libro, “L’arminuta”, che segna il confine tra un “prima” e un “dopo” della sua esperienza di scrittrice, prestata alla letteratura dalla professione di odontoiatra infantile. Intanto, però, il titolo è una vera e propria, vistosa trasgressione nel catalogo della casa editrice. Arminuta, in dialetto pescarese, vuol dire “colei che è tornata”. “’Mo’ sci’ arminut?’” è quello che un concittadino di Flaiano chiede a qualcuno che si è allontanato da poco  ed è già di ritorno.

E infatti la protagonista torna nella famiglia di origine dopo quasi tredici anni nella famiglia adottiva, dalla quale è stata letteralmente sbarcata per l’arrivo di un figlio “autentico”, del sangue proprio della madre, sebbene con il concorso di un sangue diverso da quello del marito.

Il libro della scrittrice di Penne è bello e profondo; al di là dei molti interventi nel dibattito di ieri a Via del Porto, molti (troppi) preceduti dal “non lo letto il libro, ma…”, è una operazione coraggiosa di narrazione della vita semplice, della quotidianità che circonda le persone di oggi, a volte seppellita dalla timidezza dei protagonisti nel renderla eclatante, come eclatante è il rigetto di una figlia adottiva, nell’epoca nella quale il doppio rigetto dell’adozione di Steve Job dovrebbe insegnare che non si può rispedire al mittente un figlio; oppure si può farlo con la scusa ipocrita che così diventerà uno Steve Job.

Per chi conosce il significato dell’”arminuta”, è facile leggere nelle pagine dell’autrice di “Mia madre è un fiume” i luoghi dello svolgimento del dramma: in particolare la spiaggia e i viali di Pescara. Ma Di Pietrantonio ha cancellato dalla prima stesura la parola “Pescara” nelle righe finali, per non collocare geograficamente il libro nell’Abruzzo. Ma di “arminuta”certo non si parla a Rimini o a Genova…