Belli i sonetti culinari, insuperabili quelli sul magna-magna

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TEODONIO ILLUSTRA IL POETA CHE INVEIVA CONTRO LE CORRUTTELE

9 GIUGNO 2016 – Marcello Teodonio illustrerà Giuseppe Giocchino Belli con la conversazione:

“Mo’ senti er pranzo mio”, carrellata di sonetti del grande poeta romanesco (in realtà: romano che seppe esprimere lo spirito semi-anarchico di una borghesia fracassata dal Papato e incapace di sollevare la testa perchè corrotta fino in fondo). Lo farà dalle 18,30 nella terrazza del “Caldora” a Pacentro ed attingerà agli aspetti meno strutturali delle tematiche belliane. Parlare di gastronomia è un po’ parlare di tutto, specie se a parlare è il prototipo del romano, che affoga nella compensazione del cibo una serie infinita di frustrazioni, al punto da far dire a Trilussa che i socialisti disquisivano di temi politici e litigavano, ma poi a sera si riconciliavano senza altra pacificazione che una cena ben aggiustata, capace di smussare tutte le questioni ideologiche.

E’ profondo, invece,  il messaggio del Belli, ripreso con grande effetto da Mellini in anni recenti: l’ex deputato radicale e avvocato ha modernizzato le riflessioni su “‘Sta povera giustizzia”, una sintesi del sarcasmo addolorato e mai compiaciuto del Belli che ebbe il compito di assistere alle turpitudini commesse nelle cancellerie, tra giudici molto attenti alla regola del vivere il più comodamente possibile, conservando pulita la coscienza solo per non averla mai usata.

E proprio prendendo da questa raccolta curata dal Mellini, sembrano del tutto appropriati i versi di Giuseppe Gioacchino Belli, che fa parlare un carrettiere, trovatosi in giudizio per decidere la sorte dei suoi strumenti di lavoro; fatti tutti i vari adempimenti “Poi, come sto lì lì pe la sentenza, Viè er Fiscal de le Ripe, e in du’ seggnetti Scassa tutto e je dà l’incompitenza. E io’ ntanto co ttutti sti giretti, Co sto sciupo de tempo e de pacenza, Vinze la lite e nun ciò ppiù carretti”. E non dissimile è quello che, sempre nel 1832, accadeva ad un vetturino che si era avventurato in un giudizio: “Pe ttre piastre futtute de gabbella, Ch’er Papa ha messo pe arricchì er zor Conte, Magnammese cavalli e carrettella?! Che se strozzino er carro de Fetonte! Me ce vieranno là, dio serenella, Co ttutequante ste gabelle in fronte!”.

E’ meglio, dunque, parlare di cucina, se proprio si deve parlare di Belli senza angosciarsi; purchè si sappia che non per allietare il Belli prese penna e foglio.