RITORNO SULLA ROMA-PESCARA DOPO TRENT’ANNI
27 SETTEMBRE 2021 – E’ beffarda considerazione che in tempo di pandemia sarebbero stati più utili i vecchi scompartimenti con otto posti in seconda classe e sei in prima, invece dell’ambiente unico dei treni di adesso. Guardandosi in faccia, quattro contro quattro, era facile controllare anche chi avrebbe dovuto indossare la mascherina. Oggi chissà se quello che viaggia all’ingresso della carrozza, faccia alla parete, si sfila la protezione; o se lo fa quello che sta al centro. Non si vedono né l’uno, né l’altro. Il rispetto delle norme è affidato solo ad un ossessivo messaggio registrato, che da Roma Termini a Sulmona si ascolta una ventina di volte; petulante e inidoneo, come ogni cosa troppo ripetitiva.
La pandemia, comunque, non è l’unico termine di paragone quando si ripercorre la Roma-Sulmona dopo circa trent’anni. Uno non se ne accorge, ma passa veloce il tempo senza il treno. Si riesce a fissare un’alba del lungo periodo di astinenza solo perché le ultime volte che si è saliti sui lentissimi convogli erano anche le prime che si parlava, se ci si riusciva tra una galleria e l’altra, con il cellulare. Quindi, se non è stato il 1991, sarà stato nel primo semestre del 1992. E poi si trovano le conferme dalla ruggine che avvolge gli impianti di tutte le stazioni; dalle indicazioni di località cancellate dal sole; dagli scambi manuali per i binari morti che nessuno ha sostituito anche se nessuno usa più.
Le prime salite per Tivoli danno l’impressione di entrare in una delle tante zone industriali abbandonate nelle più sperdute lande dell’America, con i caselli che sfiorano ancora i finestrini del treno e sono ormai privi di infissi, tanto che, quando il convoglio arranca, si vedono gli interni scuri e ammuffiti, giusto per il tempo di chiedersi chi mai abitasse lì e fino a quando.
Alcuni cantieri sono ricoperti da piante adulte, non più solo dell’erba dell’ultima estate-primavera. E le periferie delle città più grandi, quella di Avezzano soprattutto, mostrano il lato più degradato per le arronzate murature lasciate anche senza gli intonaci a sigillare gli attraversamenti con i passaggi a livello di molti anni fa; segno che la città non gira più intorno alla sua ferrovia: la evita semplicemente. Di molto differenti rispetto a trenta o quaranta anni fa ci stanno i vagoni che sono silenziosi, al punto che si sentono le conversazioni di viaggiatori molto distanti. Quelle di prima si sentivano solo nello scompartimento a otto posti e, quindi, non si possono fare realistici confronti. Adesso è facile capire che il contenuto di molti contatti è determinato solo dall’ansia di rassicurazioni, a giudicare dalle telefonate che un giovane riceve da quello che sarà il padre e al quale risponde svogliato, con frasi evasive, addirittura, nell’ultima chiamata prima di scendere, infastidito: ”Ma che ne so a quale binario arriviamo”, mentre sta accollandosi uno zainetto e ci sarà qualcuno che lo aspetta in stazione. L’ultima volta di un viaggio in treno da Roma, se c’era qualcuno ad aspettare, si abbassava il finestrino e si salutava con ampi segni di braccia; un po’ di meno dopo “Amici miei”, quasi ad esorcizzare lo scherzo della stazione.
Ma non c’è da suonare le campane a morto per tante abitudini ferroviarie passate in desuetudine e per tanta ruggine che affiora da ogni angolo delle antiche stazioni. Bisogna guardare sempre al treno mezzo pieno, come quello del generale di Francesco De Gregori, senza immedesimarsi in chi torna da una guerra e cercando di conservare la compostezza di chi vive la quotidianità, o almeno vorrebbe farlo con convogli che non disegnano il giro della Valle Peligna per scendere da Goriano a Bugnara dopo aver dipinto i ghirigori per arrivare da Avezzano a Carrito. Non bisogna credere che nel piano di rilancio e resilienza a dimostrarsi resiliente sarà il tracciato assurdo della attuale Roma-Sulmona. Qualcosa migliorerà: proveremo a descriverla al prossimo viaggio. Fra trenta anni.






