BOMBARDAMENTI VISTI DAL BASSO – La tana di Kesselring al Ristorante Italia

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I RICORDI DI LUISA PAVIA A SETTANTA ANNI DAL PASSAGGIO DI “SMILING ALBERT”

 9 MARZO 2014 – Ha tenuto fino all’ultimo il timone di un grande bastimento che è rimasto quello che era, ma che alla fine non ha potuto veleggiare più perchè è venuta a mancare… l’acqua che lo sosteneva, cioè, per uscire di metafora, la città che raccoglieva nei suoi negozi, nei suoi ristoranti, un territorio esteso e, per quel tempo, ricco. Il nocchiero di quel bastimento era stato un cuoco eccezionale, uno di quelli che faceva muovere famiglie e manager (allora non si chiamavano così), commessi viaggiatori (allora si chiamavano così) attori e amanti, per gustare ghiottonerie uscite dalla tradizione abruzzese e dalla scuola di Villa Santa Maria, al di là della Majella (in alto il documento contenente l’ordine del comando tedesco a Sulmona di mettere a disposizione oggetti del ristorante “Italia”).

Un ambiente di grande fascino

Luisa Pavia ricorda il padre, Nicola, in tutto: nel sorriso mai eccessivo e sempre disincantato, nella cortesia da mittleuropa, nel tono basso della voce che sembra proprio di quelle persone che hanno sempre il controllo della situazione, che lasciano fare e dire perchè sanno che l’interlocutore non dirà e non farà mai niente di eccessivo. Insomma, era un ambiente alto quello del Ristorante Italia: poteva essere la cucina di un Grand Hotel, non avrebbe cambiato niente se al piano di sopra avessimo trovato stanze da sogno, a tu per tu con la Sulmona medievale, all’altezza degli occhi di quell’Ovidio che della buona cucina non ha fatto mai una meta, semmai un mezzo per studiare il potere da vicino.

E venne il potere con le sue divise, le stellette, il viso di un uomo che il processo di Venezia del 1947 condannò a morte, ma gli uomini lasciarono vivo fino al 1960, quando a spegnere la sua tempra di guerriero non furono gli uomini.

Il guerriero non iscritto al partito

Quel guerriero, mai iscritto al partito nazista, quando scrisse il suo “Soldato fino all’ultimo giorno” deve aver ripensato alla giornata sulmonese, vissuta a un soffio dalla morte, ancora con un sorriso trattenuto, quello in verità non autentico e non cortese, ma solo effigie di un probabile disturbo nervoso. “Smiling Albert”, così lo chiamarono gli ufficiali americani. Proprio lui, il comandante delle forze di occupazione tedesca in Italia, si trovò nel palazzetto di Giovanni Veneziano, in Piazza XX Settembre, il 30 maggio 1944, poco prima di mezzogiorno, per apprestare i particolari della ritirata insieme ad altri 50 ufficiali (nella riproduzione del titolo le osservazioni di Nicola Pavia alle contestazioni su una sua fattura per l’occupazione degli anglo-americani). I “servizi” anglo-americani lo avevano saputo e di lì a poco, quando ancora tutti erano asserragliati nei locali di Nicola Pavia, incominciò un bombardamento feroce (v. “Sono tornata al Carmine ed ho visto l’inferno” nella sezione STORIA di questo sito), ma non sul ristorante, quanto in… Piazza Garibaldi.

Sono passati settanta anni e nessuno ha mai detto perchè le bombe siano state sganciate sulla piazza del mercato, uccidendo civili ignari e innocenti. Qualcuno balbetta una giustificazione che lascia sconcertati pure quanti non conoscono nulla di guerra e di arte militare: cioè, sarebbe stata indicata come bersaglio la pensilina del ristorante (che è rimasta fino agli anni Settanta), confusa con le bancarelle del mercato. Scusa ridicola, che, sebbene propinata dai vincitori, non convince per il semplice motivo che, semmai, le bancarelle avrebbero dovuto rappresentare almeno una cinquantina di… pensiline e pure l’aviatore più cretino avrebbe cercato una verifica. Il bombardamento sulla piazza, forse lo si potrà dire tra altri cinquanta anni, entrava nella logica dei bombardamenti su Dresda quando tutto era già stato distrutto; o in quella dei bombardamenti tedeschi su Londra. Servivano a destabilizzare la popolazione, a spingerla alla rivolta contro il suo stesso governo, secondo quella impostazione barbarica della guerra che il Novecento ha accentuato.

Al Ristorante Italia il bersaglio mobile di tutto l’esercito alleato

Albert Kesselring, nato a Metz nel 1885, era uno dei quattro o cinque guerrieri che hanno deciso la Seconda guerra mondiale: non per niente subentrò al mitico Rommel a capo delle forze tedesche in Italia. Ma era stato già nominato comandante in capo di tutte le forze tedesche del Mediterraneo, quindi compresa la zona del Nord Africa. Era imprendibile e ottenne enormi successi sulla linea Gustav, riconosciutigli proprio dai nemici di quel tempo. Ora quel 30 maggio stava lì, nel palazzetto di Giovanni Veneziano, ancora oggi il gioiello del centro storico di Sulmona .

Nicola Pavia era al comando del suo bastimento, non poteva che fare il suo lavoro, “anche un cuoco può essere utile in una bufera/ anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare”, scriverà sessanta anni dopo Francesco de Gregori, ma per un’altra vicenda della seconda guerra mondiale.

Signorina Luisa Pavia, quali immagini tornano nella Sua memoria quando si parla del maggio 1944 a Sulmona?

“Molto nette, perchè gli avvenimenti di quei giorni furono davvero eccezionali. La confusione degli attimi tremendi dei bombardamenti e dei mitragliamenti non ha scalfito i particolari che hanno caratterizzato il nostro rapporto, quello della mia famiglia, con i tedeschi prima e con gli anglo-americani dopo. Dall’ordine di requisizione dei tedeschi a quello, immediatamente successivo, degli anglo-americani, li conservammo tutti e per l’occupazione Alleata ci fu anche una procedura legale.

Lei ebbe modo di incontrare Kesselring o qualcuno degli ufficiali che si trovavano con lui per studiare i piani della ritirata dall’Italia meridionale? In quale stanza erano ospitati i tedeschi per quella riunione?

Sì, anche quei frangenti li ricordo molto bene, perchè tra gli ufficiali c’era molta agitazione. Evidentemente a loro volta sapevano di essere braccati, forse di essere imminente bersaglio dei bombardamenti. Stettero poche ore, Kesselring tra loro aveva comunque molta saldezza, penso che sia stato proprio lui a dare coraggio ai suoi ufficiali quando da Piazza Garibaldi tornò di corsa mia sorella Lucia, con una donna di servizio con la quale era stata al mercato per gli approvvigionamenti. Era stravolta, raccontava di scene raccapriccianti, di gente che moriva. Occupavano una stanza in fondo al ristorante, adibita a cantina

Quale fu l’atteggiamento di Suo padre, Nicola Pavia, e che cosa Le ha raccontato di quei giorni?

Mio padre rimase fino all’ultimo nel ristorante perchè temeva che, una volta abbandonato, non lo avrebbe rivisto mai più. L’”Italia” rappresentava il suo progetto di vita; lui era del 1906 e, quindi, quando arrivò a Sulmona nel 1938, prendendo giovanissimo in locazione il ristorante, puntò tutto su quella attività. Non l’avrebbe mai lasciata, aveva noi da tirare su. Così rimase nelle cucine pure quando i comandanti tedeschi gli imposero la presenza di loro soldati per l’allestimento dei pasti (nell’ultimo documento la cessazione della requisizione disposta a favore delle forze armate anglo-americane)

 Quali voci, quali commenti Suo padre raccolse tra gli ufficiali tedeschi nel Palazzetto di Giovanni Veneziano?

Gli ufficiali tedeschi erano di una riservatezza assoluta. Avevano uno spiccato senso della disciplina e ricordo che, dopo il bombardamento di Piazza Garibaldi del 30 maggio, e dopo il mitragliamento di Piazza XX Settembre, il negozio dei fratelli De Matteis fu sventrato e rimase esposto ai saccheggi. Fu scoperto un soldato tedesco che partecipava a tale sciacallaggio e fu punito con uguale durezza rispetto agli altri. Anche con le bevande alcoliche non eccedevano mai. Un particolare curioso fu il rilascio di “ricevute” per le bottiglie di vino che ordinavano; ovviamente mio padre ed io non potemmo far altro, a requisizione cessata, che strappare quelle ricevute: nessuno ce le avrebbe rimborsate, come tanti altri “danni di guerra”

Era difficile restare a Sulmona in quei mesi?

 In effetti papà era determinato a conservare il suo ambiente di lavoro, ma non era imprudente. E portò noi figlie a Villa Santa Maria dopo il bombardamento alla stazione ferroviaria. Fu un lungo percorso a piedi che affrontammo fin quasi Quadri, al di là della Majella. Incontrammo l’esercito tedesco in ritirata da Cassino: veramente fu uno spettacolo struggente, sui visi dei soldati si leggeva una stanchezza infinita, una disperazione tragica.

Il palazzetto di Giovanni Veneziano dove si trovava il “Ristorante Italia”