Buon compleanno, Gabriele

257

CON LA “MILA DI CODRA” IL 150° CHE FORSE AVREBBE VOLUTO D’ANNUNZIO

18 AGOSTO 2013 – “Se al liceo mi avessero fatto leggere “La figlia di Iorio” invece del “Piacere” avrei apprezzato di più D’Annunzio” è il commento di chi è andato a leggere la tragedia del vate pescarese dopo aver visto “Mila di Codra”,

allestito da “Thiasos – teatro natura” con grande attenzione dei particolari e vera valorizzazione dalle scene naturali di Frattura Vecchia (v. “La figlia di Iorio a un passo dalla Plaia che incantava D’Annunzio”  e “Dacia Maraini parla della sua Mila” nella sezione CULTURA di questo sito). E’ stata una piccola parentesi di quattro serate, ma di certo è stata la rappresentazione più intensa di questa estate in Abruzzo.

Un teatro scomodo

La scelta, impegnativa, di andare a cercare il teatro che millenni hanno tappezzato di boschi e di scoscesi passaggi; la necessità di lasciare l’auto un bel po’ lontano dalle case disabitate di Frattura Vecchia e, quindi, la scomodità per persone abituate a fruire della cultura negli sprofondamenti delle poltrone del teatro non-natura; la penuria di posti a sedere, da riservare alle donne e agli invalidi (come avrebbero imposto la buona educazione e gli avvisi sugli autobus), hanno fatto degli spettatori di Dacia Maraini un popolo eletto, di quella specie di cercatori di tartufi per i palati più raffinati, di quella “jerba” che Capograssi trovava solo sul suo Morrone. Il personaggio-rivelazione è stato di certo Camilla Dell’Agnola, non solo perchè era la protagonista, quanto perchè ha saputo esprimere il vigore della Mila di D’Annunzio e di Maraini senza nessun filtro, quasi fosse un personaggio che il Vate avesse ripreso, privo di intermediazioni, da quelle raccolte di cercatori dell’Ottocento tra le tradizioni dei pastori.

 Erinni senza desiderio di vendetta

Dell’Agnola appare entrando sulla scena come una Erinni e del resto era solo quello il modo per scuotere persone incrostate dalla cieca (e per questo fragile) adesione ai principi della religione vissuta come superstizione, con una sfilza di nomenclature dei santi per ogni necessità, un paganesimo sfrontato dal quale  Aligi non si emenda neppure dopo aver dormito settecento anni. Ma Mila non è una Erinni e recita il più appassionato ritratto dell’etica cristiana, che deve aver sedotto D’Annunzio quando lo scriveva, perchè direttamente legato al donarsi quotidiano, all’unico, vero imperativo che le popolazioni dell’Abruzzo interno hanno coltivato per millenni senza addormentarsi, seppur senza riuscire sempre a praticarlo. Camilla-Mila ha una dizione perfetta, che non deve legarsi all’acustica di nessun teatro; ed ha una levità fisica che la fa apparire il tocco di speranza, sfuggente purtroppo, su una scena putrida di immobilismi. Potrebbe irrompere in qualsiasi cortile o casa di paese nei giorni nostri (ma, sia ben chiaro, in molti ambiti di lavoro, in molte aggregazioni sociali) portando, ahinoi, lo stesso messaggio di provocazione alla fine inutile, perchè si immolerebbe sullo stesso rogo del perbenismo.

La sostenibile leggerezza della speranza

 Ma la rappresentazione di Camilla Dell’Agnola dà almeno il gusto di sperare che non si risolva così la tragedia, che Dacia Maraini abbia commesso la violenza di cambiare il finale di D’Annunzio: che, quindi, l’espiazione sociale non si concentri sulla strega di turno, strana strega implorante il bene sin dal primo momento sulla scena e non solo quando il fuoco le riscalda da vicino le vesti, comincia ad aggredirne le belle membra e le fa dire, all’ultimo verso, “La fiamma è bella! La fiamma è bella!”.

A questo ardito disegno di riprendere i personaggi nel loro ambiente forse D’Annunzio avrebbe fatto un pensiero nell’allestire il suo 150° compleanno, sulla scia del “Tutto fu ambito / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto / io lo sognai; / e tanto era l’ardore / che il sogno eguagliò l’atto” (da “Maia”, vv 106-111)