DACIA MARAINI NEL SUO ULTIMO LIBRO RIPRENDE VOLTAIRE CON LA IPOTESI DI OVIDIO INVOLONTARIO SPETTATORE DI UN… CRIMINE DI STATO
29 OTTOBRE 2025 – Nel suo ultimo libro, “Scritture segrete”, stampato un mese fa per i tipi di Rizzoli, Dacia Maraini riprende quello che Voltaire (nella foto del titolo) scriveva sulla ipotesi dell’”error” di Ovidio, causa della sua relegazione. Lo riprende a proposito della tragedia umana di Giulia Maggiore, figlia dell’imperatore Augusto, costretta a contrarre tre matrimoni strategici, il primo a 13 anni, l’ultimo a 28 anni con il Tiberio, figlio di Livia, terza moglie del Princeps, e a sua volta imperatore; Giulia, raffinata cultrice di cose grandi per la Roma che già era grande, destinata a morire di stenti nella lontana terra di Calabria, quasi distante, nella geografia di un impero fortemente accentrato, come la Tomi da dove Ovidio invocava fino all’ultimo dei suoi giorni la clemenza.
Non è che Voltaire fosse una voce più attendibile dei molti storici che, purtroppo inclini ad assecondare le versioni di una potenza troppo assestata per essere discussa, non hanno avuto mezzi o forse intenzione di scoprire il vero in quello che lo stesso Ovidio non voleva si scoprisse (“culpa silenda”). Voltaire pare sia quello del “non condivido le tue idee, ma farà di tutto perché tu le possa sostenere”; ma era anche quello del “calunniate, calunniate: qualcosa resterà”. Voltaire era quello che, alla sua morte, farà gioire Wolfgang Amadeus Mozart che, in una lettera al padre, annota come “è morto il porco”.
Insomma: Voltaire pare non dire nulla di nuovo, quando afferma, come appunto riprende Dacia Maraini: “Si dice che Giulia amò Ovidio, il quale fu mandato in esilio per la sua impudenza. Fra l’altro, come scrive Voltaire, Ovidio scoprì senza volerlo un abbraccio fra padre e figlia. E di questo Augusto non potè perdonarlo”.
Non è soltanto Voltaire ad affermare che il Sulmonese fu spettatore occasionale e non gradito. Paragonandosi ad Atteone, del quale descrive la sventura, Ovidio stesso si domanda dal Ponto Eusino: “Perché i miei occhi hanno visto?”. Ma il riferimento ad un incesto è ancora una “pietra miliare” della descrizione della “culpa silenda”. Proprio il Sulmonese, quando parla di questo “delitto”, nel tranello che Mirra tende al padre, è severo nel giudicare (e Ovidio giudica molto di rado, anzi si compenetra nel dramma di chi si allontana dalla retta condotta): “Meglio odiare il padre che amarlo così”. Una punizione così grave, come la relegazione a vita, non poteva venire dal “carmen”, cioè dalle poesie licenziose dell’età giovanile, ormai anche lontane nel tempo. Se davvero Ovidio ha visto quello che non doveva vedere, lo scandalo era immenso, al punto da contrastare radicalmente la politica di restaurazione morale nella quale Augusto si era avventurato: un vero… crimine di stato era quello di soltanto conoscere ciò che doveva rimanere segreto.
A meno che anche questo non sia una calunnia volterriana.






