CAPODANNO – LA DANZA DEGLI ANNI E DELLE ETA’ NELLE METAMORFOSI

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31 dicembre 2011 – Il passaggio da un anno all’altro riempie i giornali dell’ultimo giorno di dicembre e dà l’impressione più viva di come un anno debba cedere il passo ad un altro nel volgere di pochi istanti, ma secondo un transito lento, preparato dal sottile trascorrere del Tempo. E’ tematica sondata da molti letterati, come Giacomo Leopardi, nel suo “Dialogo” con un venditore di almanacchi; oppure Shakespeare nel sonetto che imputa al tempo di “strappare i denti alla belva feroce” o di “consumare la Fenice che non muore”.

Una delle più belle pagine delle “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone è proprio focalizzata sul trascorrere del tempo. Leggiamo il quindicesimo libro dal verso 176. Ovidio mette a confronto il passaggio delle stagioni con le età dell’uomo. C’è la quintessenza delle “metamorfosi“, cioè del tutto divenire, secondo “forme errabonde”. In questo messaggio qualcuno ha voluto trovare il motivo del disfavore incontrato da Ovidio presso Augusto: dire che tutto cambia significava anche dire che lo stesso impero romano andava incontro alla sua dissoluzione, pessimo presagio per un imperatore sempre preoccupato del capovolgimento del fato.

Non parla Ovidio in prima persona: il vate riporta il discorso di Pitagora, filosofo e matematico greco del VI sec a.C., che fondò il sodalizio che da lui prese il nome a Crotone:

“E poiché ormai mi sono slanciato in questo vasto mare e corro a vele spiegate col vento in poppa: in tutto il mondo non c’è cosa che duri. Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. Anche il tempo fila via con moto incessante, non diversamente dal fiume: e infatti, come il fiume,  neppure l’ora fuggevole può fermarsi, bensì come l’onda è sospinta dall’onda e quella che arriva è premuta e insieme preme quella che l’ha preceduta, così gli attimi fuggono e insieme inseguono, e sono sempre nuovi; quello che è stato si perde, quello che non era diviene, ed è tutto un continuo rinnovarsi. Tu vedi come le notti, terminato il loro corso, trapassino nel giorno, e come questa luminosità radiosa succeda alla notte nera. E anche il colore del cielo non è lo stesso quando ogni cosa, stanca, è sprofondata nel sonno, e quando Lucifero esce fuori, splendente, con il bianco destriero; ed è ancora un altro quando la discendente di Pallante (l’Aurora; n.d.r.), che precorre il giorno, tinge il mondo prima di affidarlo al Sole. E anche il disco di questo dio, quando sorge all’orizzonte, rosseggia, al mattino, e  rosseggia pure quando tramonta all’orizzonte; ma quando è al punto più alto, è candido, perchè lì la natura dell’aria è migliore e lì non può essere raggiunto dalle esalazioni della terra. E anche la forma della notturna Luna non può mai essere uguale, cioè la stessa, e sempre è oggi più piccola di domani, se è crescente, più grande, se è calante. E poi, non vedi che l’anno si snoda in quattro fasi diverse, a imitazione della nostra vita? A primavera è tenero e lattante, l’anno, proprio come se fosse un fanciullino: allora l’erba novella, ancora priva di vigore, è soffice e paffuta e incanta di speranze i contadini; allora tutto fiorisce e il pingue campo è un gioco di colori di fiori, e nelle fronde non c’è alcuna forza. Dopo la primavera, l’anno, irrobustitosi, trapassa nell’estate e diviene un baldo giovane: non c’è infatti stagione più robusta; una più esuberante, più ardente, non c’è. E viene la volta dell’autunno, che perduto il fervore della giovinezza, è maturo e mite, moderato, qualcosa di mezzo tra giovane e vecchio, e anche un po’ brizzolato sulle tempie. Infine, arriva con tremulo passo l’inverno, senile, raggrinzito, spoglio dei suoi capelli o, se un poco ne ha, canuto. Anche i nostri corpi si modificano continuamente, senza sosta, e domani non saremo più quello che siamo stati o che siamo. Passato è il tempo in cui, allo stato di semplice seme, primo germe di nuovo essere umano, alloggiavamo nel grembo materno. La natura intervenne con le sue mani sapienti: non volle che il corpo racchiuso nei visceri tesi della madre restasse soffocato, e da quella dimora lo fece uscire all’aria aperta. Venuto alla luce, il bambino rimase disteso, chè non aveva forze; poi trascinò le sue membra alla maniera delle bestie, a quattro zampe; e a poco a poco, vacillando con le ginocchia non ancora ferme, riuscì a mettersi in piedi aiutando i muscoli con qualche sostegno. Ed ecco che diventato vigoroso e svelto attraversa la fase della giovinezza, e quindi, passati anche gli anni della mezza età, si avvii al tramonto per il cammino declive della vecchiaia. Questa corrode alla base e smantella il vigore dell’età precedente: e Milone invecchiato piange, al vedere flaccidi e cadenti i propri bicipiti, bicipiti che un giorno per massa e solidità parevano quelli di Ercole. Piange anche la Tindaride (Elena; n.d.r.), quando scorge nello specchio le rughe senili, e dentro di sé si domanda come abbiano potuto rapirla due volte. O Tempo divoratore, e tu, invidiosa Vecchiaia, voi tutto distruggete e a poco a poco consumate ogni cosa facendola morire, rosa dai denti dell’età, di morte lenta”.

Nella immagine del titolo: “La verità svelata dal tempo” (Lemoyne, 1735, in Le metamorfosi illustrate dalla pittura barocca, 2003)