CIRCE, DEA DELLO STALKING DI VARI MILLENNI FA

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MA OVIDIO NON ESPRIME GIUDIZI SULLA FEDELTA’ DI PICO E SULLA STRATEGIA DI ULISSE

12 AGOSTO 2017 – “Imparerai con i fatti che cosa può fare una donna, una donna offesa, una donna innamorata, e Circe è donna, e innamorata, e offesa!”.

Con questo terribile annuncio la maga, che aveva trasformato i compagni di Ulisse in maiali, si vendica del giovane Pico che la respinge, nonostante le sue preghiere di stare con lei, ammaliata dai suoi occhi, prostrata ai suoi piedi sebbene proprio lei sia dea, figlia del Sole.

Pico fa quello che fanno gli amanti presi dal loro desiderio di amore: essere fedeli: “Chiunque tu sia, non sono tuo. Già sono schiavo di un’altra e prego il cielo di restarlo per tutta una lunga vita”. E pensa alla sua Canente, che si chiama così perchè ninfa che intona armonie mai ascoltate.E’ stato troppo duro nel respingere la figlia del Sole? O solo chiaro al punto da non creare equivoci e da non alimentare speranze? Publio Ovidio Nasone non esprime il suo parere, non dà giudizi sulle suppliche di una dea e sulla fermezza di un giovane bellissimo. Narra di questo episodio tra i tanti che la potentissima Circe riesce a volgere a suo favore con i sortilegi dei quali è munitissima.

E infatti il povero Pico diventa picchio, uccello costretto a stare per sempre lontano da Canente. Circe, dopo lo stalking irrefrenabile e inutile, evoca i suoi poteri e lo trasforma, con la stessa facilità con la quale aveva fatto crescere le setole sulla pelle dei compagni di Odisseo.

E leggiamo ancora le Metamorfosi. Quando Pico la respinse, “si girò due volte verso levante, due volte verso ponente, tre volte toccò il giovane con la bacchetta, tre volte recitò una formula. Lui scappa, ma con stupore si accorge di correre più veloce del solito. Si vede addosso delle piume, e sdegnato di dover così tutt’a un tratto andare ad abitare, nuovo uccello, nei boschi del Lazio, sforacchia con duro becco le selvatiche querce e stizzito infligge ferite ai lunghi rami. Le penne assumono il colore purpureo del mantello. L’oro che prima era borchia e mordeva la veste, diventa piuma: il collo gli s’anella di giallo oro. E l’unica cosa che gli rimane com’era, è il nome: picchio” (in latino picus).

Era meglio stare alla larga da Circe e dal Circeo: “lei sa a che cosa può servire ogni foglia, sa quali sono le combinazioni, e con occhio esperto esamina i dosaggi”. E a chi si permette di contrastarla, agli amici di Pico che le rivolgono “giuste accuse”, la dea indirizza “veleni tremendi e succhi malefici”. Chiama poi a raccolta “dall’Erebo e dal Caos la Notte e gli dei della Notte, con lunghi ululati invoca Ecate. I boschi – incredibile a dirsi – saltarono su dal loro posto, il suolo gemette, gli alberi vicini impallidirono, i pascoli spruzzati s’imperlarono di gocce sanguigne, si sentirono le pietre mandare sordi muggiti, cani latrare, si vide il suolo brulicare di serpenti neri, si videro svolazzare anime impalpabili di morti muti (significativo il parallelo con la descrizione della notte precedente all’assassinio di Cesare, nel XV libro; n. d. r.). Sbigottito da quei prodigi, il gruppo trema; trema, e lei con la bacchetta magica tocca quei volti stupiti e a quel tocco prodigiosamente i giovani si convertono in bestie d’ogni specie. Nessuno conservò la sua figura.”Solo per fortuna Ulisse nel suo approdo al Circeo non viene trasformato, perchè lo raggiunge la voce che non è il caso di bere la pozione propinata ai suoi compagni. Riuscirà ad ottenere, come dote del suo concedersi marito di Circe, che tutti i compagni vengano sottoposti al sortilegio opposto e ritrasformati in uomini.Cosa vuol dire che Pico, rimasto fedele a Canente, va incontro al suo destino crudele, mentre Ulisse, che dimentica Penelope, salva se stesso ei i suoi compagni? Politica della concretezza? destino cinico e baro? Disordine delle regole che governano il mondo e prediligono sempre i capricci degli dei? Certo Ovidio si commuove al destino di Canente: “E la ninfa non si accontenta di piangere e di stracciarsi i capelli e di percuotersi il petto: fa tutte queste cose, certo, ma corre anche fuori e vaga come pazza per la camapgne del Lazio. Per sei notti, e per altrettanti giorni riportati dal sole, fu vista andare così, senza dormire e senza cibarsi, per monti, per valli, per dove il caso la conduceva. L’ultimo a vederla fu il Tevere: era stanca per il dolore e per il cammino, e ormai si accasciava sulla lunga riva. Lì afflitta spandeva, insieme a lacrime, con suono fievole, parole che avevano una melodia perfino nel dolore, come cigno morente che canta il suo funebre canto. Alla fine, struttasi per lo strazio fin nel tenue midollo, si dissolse e a poco a poco svanì nell’aria leggera”.Brutti, orribili effetti degli “atti persecutori”, ovvero di stalking di vari millenni fa.

Nel titolo: Pan e Siringa, Jean Francois de Troy, olio su tela, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum

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