COME QUELLI DEL CANCRO GLI EFFETTI DELL’INVIDIA NELLE METAMORFOSI

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UNA DESCRIZIONE INQUIETANTE DI OVIDIO E LA TRASFORMAZIONE IN PIETRA NERA

5 AGOSTO 2016 – Il “mostruoso Cècrope”, metà uomo e metà serpente, mitico primo re di Atene, torna nelle “Metamorfosi” undici volte, onore e destino non riservato a molti.

Sono sue figlie le tre vergini alle quali Minerva affida una cesta con un contenuto misterioso e con l’ordine di non guardare dentro. Aglauro, una delle tre, è curiosa e non sa resistere, tanto da insolentire le altre accusandole di essere delle paurose; apre il cesto e osserva quello che non avrebbe potuto vedere: tema ricorrente in Ovidio, se proprio lui, parlando di sé, nei molti versi scritti dalla relegazione nel Ponto eusino, si domanda perché aveva visto quello che non era da vedere e che lo ha perduto fino a fargli meritare il tremendo castigo di Augusto.

Guarda, dunque, Aglauro; e la scena è ripresa da una bellissima cornacchia, bianca come erano le cornacchie fino a quel momento, fino a quando quell’uccello non si precipita da Minerva per raccontare la trasgressione ed essere a sua volta punito con una trasformazione crudele, che la “pospone alla notturna civetta” (“La mia punizione dovrebbe servire di monito agli uccelli, perché non cerchino guai parlando troppo“). La figlia di Cècrope non si accontenta di violare le disposizioni divine: è così sfrontata da pretendere “un gran mucchio di oro” da Mercurio che si era recato alla reggia del padre di tutte e tre per seguire Erse, sorella di Aglauro. E’ troppo per Minerva che “rivolse verso di lei una torva occhiata, e mandò un sospiro così profondo e violento da scuotere tutto il petto, nonché l’ègida posta sul petto possente. Le tornò a mente che costei, con mano empia, aveva scoperto il segreto vedendo, nonostante il divieto, il fanciullo che il dio di Lemno, Vulcano, aveva generato senza bisogno di madre; e pensò che ora si sarebbe perfino guadagnata la riconoscenza di Mercurio e la riconoscenza della sorella e si sarebbe arricchita prendendosi l’oro che – avida – aveva richiesto“.

Il resto è il viaggio di Minerva nella casa dell’Invidia (uno degli episodi più letti in questo sito ed una delle descrizioni più efficaci del Vate sulmonese), con l’incarico alla vecchia di infettare Aglauro: “Con la sua mano color ruggine le tocca il petto e le riempie il cuore di rovi uncinati, le insuffla un terribile veleno, come una pece, e glielo diffonde per le ossa e glielo spande dentro ai polmoni. E perché gli appigli del male non restino vaghi, le fa apparire dinanzi agli occhi la visione della sorella felicemente sposata con un bel dio, calcando le tinte“. Aglauro “comincia a essere morsa da un dolore occulto, e spasimando di notte, spasimando di giorno, geme e infelicissima si strugge e si logora lentamente, come ghiaccio trafitto da un sole incerto; e la felicità di Erse la brucia a poco a poco, come quando si mette un fuoco sotto degli sterpi freschi, i quali non fanno fiamma ma si consumano in fiacco tepore. A volte vorrebbe morire, pur di non vedere quella felicità, a volte vorrebbe inventare al padre severo che sotto c’è una colpa“.

Non riesce nemmeno a fermare Mercurio, “si sforza, sì, di drizzarsi sul tronco, ma le giunture delle ginocchia si sono irrigidite, un freddo si spande fino alla punta delle dita e le vene, senza più sangue, impallidiscono; e come il cancro, malattia incurabile, si propaga serpeggiando e aggredisce le parti sane dopo quelle guaste, così quel gelo mortale a poco a poco le entra nel petto e occlude le vie vitali e le vie del respiro. Essa non tenta nemmeno di parlare, ma se anche tentasse, la voce non avrebbe più una via d’uscita; già la pietrificazione le serra il collo, la bocca è indurita. E’ una statua esangue seduta. E non è pietra bianca: la sua mente l’ha resa scura“. Probabilmente Ovidio si sarà dedicato alla descrizione degli effetti dell’invidia con una attenzione particolare, forse convinto che egli stesso, al culmine delle sua fortuna di poeta nelle “Metamorfosi” (siamo nei primi anni della nuova era cristiana e, quindi, appena cinque o sei anni prima della sua relegazione), fosse oggetto di sguardi e di evocazioni maligne. Sorprendente anche la descrizione del cancro, a conferma del vasto panorama culturale e scientifico che Ovidio aveva scrutato nel suo trovarsi al centro della vita stessa di Roma e dell’Impero.

Nella foto del titolo “Cadmo che uccide il drago”, olio su tela, 1765, Londra, Rafael Valls Gallery

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