Come ti fo rivoltare nella tomba i rivoltosi del ’57

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Vaschione da foto

LANDO SCIUBA GARANTISCE IL MOTO PERPETUO AGLI EROI DELLO “JAM’ MO”

31 GENNAIO 2017 – Giovedì sarà presentato al teatro comunale il libro “E dissero “Jam’ mo”, di Lando Sciuba:

una rilettura dei fatti della piccola rivoluzione sulmonese del 1957. Presenzierà il dott. Gianni Letta.

Quale omaggio migliore per i protagonisti di una rivolta che… farli rivoltare anche nella tomba? In questo moto perpetuo che Lando Sciuba assicura a chi non ci volle stare si ha quasi la sensazione che avrebbero fatto meglio i veri eroi di quelle giornate a lasciare un testamento ben scritto e con vari codicilli: “lasciate che il tempo impolveri quelle immagini di cariche e di controcariche a base di pietre e tondini di ferro; non affibbiateci intenti che non sono stati nostri”, “non fate di tutti noi un fascio; ci sono stati quelli che hanno combattuto fino all’ultimo e quelli che il giorno dopo si sono andati a raccomandare al vescovo per non subire il processo”, “non fate analisi sociologiche, perché quelle scritte finora hanno avuto anche il sapore della beffa”. Ma soprattutto gli assaltatori delle camionette della “Celere” non gradiranno di essere evocati, per esempio, per salvare il tribunale. Dire che Sulmona è pronta a scendere in piazza come allora per tutelare la sua principale istituzione vuol dire sputare sulla loro tomba, perché i sulmonesi sono tornati in massa a votare per quelli che hanno abolito il tribunale e, quindi, è meglio che ognuno vada per la sua strada, senza collegamenti blasfemi. Allora Sulmona aveva una spina dorsale, oggi ha molte spine nel fianco, e le principali spuntano dalle poltrone allora occupate da Panfilo Mazara o da Filomena Delli Castelli, che ebbe almeno la premura di proporre per legge l’istituzione della provincia di Sulmona, nel generoso anche se velleitario tentativo di risarcirla in parte delle continue spoliazioni.

E poi solo Lando Sciuba poteva chiamare il nipote di un prefetto a celebrare i moti contro un prefetto incapace; questa necessità di cospargere di acqua santa i luoghi della ribellione è frutto di decenni di militanza democristiana che non ha mai saputo gestire i contrasti e ha sempre cercato di imbellettarli per l’illusione di far credere che non ci fossero. Fino a quando, però, la prima pietra non arriva in testa al primo poliziotto e ci si deve chiedere da dove venga e perché. Nella apoteosi di questa ipocrisia indossino caschi robusti dopodomani i celebranti: potrebbero essere sommersi dalle pietre che vengono dall’oltretomba e, peggio, da una risata corale dei proletari e sottoproletari che caricarono la polizia senza pensare a se stessi e alle loro famiglie. Cioè da veri, piccoli eroi disperati, che per paradosso ci fanno sperare, con il loro esempio, nel progetto di una Sulmona sana e forte.

Nella foto una fase della rivolta nel febbraio 1957: polizia e gente semplice si fronteggiano davanti al “Vaschione”.