Concerto fino al tramonto nella Abbazia di Celestino ricordando quel 5 luglio

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Modo geniale quello di celebrare Celestino con la musica popolare nella sua abbazia. Lo propongono quelli di “Discanto”, storico gruppo di esecutori guidati da Michele Avolio, che domenica 20 giugno, dalle ore 18,15, hanno atteso il tramonto qualche metro… sotto il cielo dell’eremo, in quel posto religioso e profano dove si sono succeduti frati ed amministratori di enfiteusi, fucilatori di gente dallo sguardo fiero e mesti secondini; proprio lì, oltre quell’arco di ingresso che fino a qualche anno fa recava la scritta sinistra: “E’ inutile punire se prima non si è adeguatamente corretto ed educato”.

Troppo silenzio c’è stato in quella abbazia negli ultimi cent’anni: è stato un carcere, cioè il contrario di quello che voleva farne Celestino V, con il suo slancio alla preghiera e alla dedizione libera e consapevole verso la miseria materiale e la ricchezza spirituale. L’impegno delle guardie  è stato quello di imporre il silenzio, mentre Celestino, proprio in quella campagna e proprio in eremitaggio, là dove non c’era nessuna abbazia ma solo terra faticosamente coltivata, non disdegnava di incontrare la gente disperata di Pratola e anche di Sulmona e di rimanere a parlare; tranne che nei periodi nei quali non poteva fare a meno di allontanarsi dal mondo e sopportava solo gli animali, nella casupola… molti metri più in alto del cielo della Valle Peligna, vicino alla vetta del Morrone, su un tragitto di elevazione che non sarebbe finito lì, nonostante Bonifacio.

Non si presentano con alterigia quelli di “Discanto”, anche se la “Festa della Musica” rientra in un’ altisonante “Giornata europea della Musica”, qualcosa da far  preoccupare anche Mozart. In realtà  propongono musica etnica abruzzese, con una scelta attenta di strumentazioni anche sconosciute ai più, ma coinvolgente sotto il profilo emozionale. “E la gente allegra ama il violino e la gente allegra ama ballare”, come dice Branduardi riprendendo Heat. Sono solo canzonette, verrebbe da dire con Bennato; ma dietro c’è un lavoro professorale, sebbene non scolastico, di Michele Avolio, altro tipo assolutamente celestiniano, che ormai parla solo attraverso la musica: la ricerca, la interpreta, la vivifica, la rende vicina agli incolti, la spurga degli eccessi popolareschi. Ed ha sfornato artisti da conservare, più che da conservatorio.

Ha perso di recente il suo grande ispiratore e collega di ricerca di canto, Vittorio Monaco; l’ha pianto con un concerto che superava qualsiasi elogio funebre. Senza di lui tante cose sono cambiate anche per Michele Avolio, che aveva trovato una corsia preferenziale per attingere alle fonti, quelle non scritte, la maggior espressione della musica popolare. Tutto sarà più difficile, senza Monaco; ma solo più difficile, non impossibile, perchè ormai il “know how” per attingere alla vera musica abruzzese del Settecento e dell’Ottocento è stato trasmesso. L’ha ricevuto un Avolio che non lascia niente all’approssimazione, come tutti i tipi taciturni.

Il concerto è fluito aspettando che il sole, già peraltro nascosto da nuvole spesse, si nascondesse del tutto dietro al Sirente, più o meno come aspettava 716 anni fa Celestino V, quel 5 di luglio quando a Perugia il Conclave disse che, cerca e ricerca per ventiquattro mesi, il papa doveva essere lui. Oppure come aspettava solo la primavera successiva che, dopo la grande rinuncia e la riconquista dell’eremitaggio, lo andassero a prendere quelli di Bonifacio per rinchiuderlo a Fumone, forse per evitare uno scisma o, più semplicemente, per chiudere la parentesi della Chiesa povera.