DA MEDEA AI SERPARI PASSANDO PER OVIDIO ALLA RICERCA DELL’ETERNA GIOVINEZZA

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Medea ringiovanisce Esone

I MARSI PROVENGONO DALLA MAGA E LE METAMORFOSI DESCRIVONO TROPPO BENE LE POZIONI E I RITI NOTTURNI DELLA DONNA PIU’ POTENTE DELLA STORIA

20 OTTOBRE 2017 –  Le inquietanti immagini di Silvio Berlusconi tornato sulle scene politiche in questi giorni, con il volto che, sottoposto a infiniti rimaneggiamenti chirurgici, sembra quello di una maschera di una strana consistenza gommosa, ripropongono l’eterno dilemma di chi cerca di frenare gli effetti del tempo sul proprio corpo e riporta alla mente il mito forse più profondo di tutte le “Metamorfosi”: quello di Medea, che Ovidio ha studiato in cento aspetti e che nelle Metamorfosi propone con l’efficacissima narrazione del ringiovanimento di Esone secondo il rito magico di Medea.

Quando si svelerà il segreto del fascino destato da Medea su Ovidio, forse si svelerà il percorso della vita di uomo e di artista di Ovidio. Per descrivere le magìe di Medea, Ovidio narra i suoi sortilegi; racconta quali tipi di piante ella raccoglie e quali effetti essi hanno. A tal punto il Sulmonese è preciso e documentato che nel Medioevo si è finito per crederlo mago a sua volta.

Addirittura il racconto di come la potentissima maga riesce a infondere giovinezza sul padre di Giasone assomiglia molto alle pratiche che oggi si usano per cambiare il sangue alle persone che, illuse, vogliono fermare il tempo in cliniche svizzere; gli antichi avevano compreso (e più di tutti Ovidio che raccoglieva la sapienza del suo tempo) che qualcosa di simile alle cellule si sarebbe rinnovato con il sangue nuovo. Ne è uscita una narrazione di raro effetto sul lettore: la evocazione delle forze della natura e della soprannatura, la ricerca delle componenti per la magìa fino a un uccello “vissuto novecento anni”, la totale gratuità delle sue prestazioni, che addirittura la pone al di sopra, sotto il profilo morale ed etico, di tutti gli altri déi, che ricevevano implorazioni e doni e sacrifici.

Medea è donna potente, di una potenza ineguagliata da tutte le altre donne perché in ogni passo della descrizione di Ovidio decide per sé ed ha i mezzi per raggiungere i suoi obiettivi: lei consente al marito Giasone di conquistare il Vello d’oro addormentando la fiera che mai cessava di custodire quella fonte di ricchezza straordinaria. E non vuole niente per sé. Ma, tradita, compie il peggiore degli atti che una madre può compiere: uccidere i figli per punire il loro padre.

C’è  un passo nelle Metamorfosi, al settimo libro e nell’episodio di questo ringiovanimento di Esone, che forse Ovidio ha elaborato nel ricordo di una antica devozione, in Abruzzo, per i serpenti. E forse proprio da questa dedizione religiosa è scaturito il culto attuale dei “serpari” di Cocullo. Grazia Maria Masselli qualche anno fa ha dato alle stampe un rigorosissimo studio (traduzione e commento) su questa Medea delle Metamorfosi: “Il vecchio e il serpente –  Ovidio, Medea e il ringiovanimento di Esone”, per le stampe di Edipuglia. Quella di trattare con i serpenti era – sottolinea l’autrice – “una pratica appartenente , in Italia, in particolare ai Marsi (discendenti di Circe; e Masselli richiama sul punto tanto Plinio che Gellio, n. d.r.) che avevano fama di maghi e incantatori di serpenti; sapevano domarli, farli scoppiare, curarne i morsi; cfr. Lucil. 575 Marx (Marsus colubras disrumpit cantu; e numerosi altri autori, tra i quali ancora Ovidio con l’Ars e i Medicamina n.d.r.,).

Per giunta – scrive ancora Masselli – nella mitologia romana, proprio Medea, che appare come una divinità locale e benefattrice – identificabile con Bona dea o con Angitia, vuoi che fosse stabilita in Italia nella sua fuga da Atene e qui avesse generato Marso (eponimo della popolazione di serpentari), vuoi che fosse arrivata in Italia, tra i popoli del Fucino, con Giasone, avrebbe insegnato ai Marsi come addomesticare i serpenti o trarre da essi veleni e rimedi o curarsi in conseguenza dei loro morsi“. A tal proposito, c’è un passo di Servio Mario Onorato nel commento all’Eneide (è di un latino così facile che lo possono tradurre pure a Fabbricacultura, quindi non lo traduciamo per rispetto ai nostri lettori): “Medea quando relictis Colchis Iasonem secuta est, dicitur ad Italiam pervenisse, et populos quosdam circa Fucinum ingentem lacum habitantes, qui Marrubii appellabantur quasi circa mare habitantes, propter paludis magnitudinem, docuit remedia contra serpentes: quamquam alii  Marrubios a rege dictos velint, hi ergo populi Medeam Angitiam nominaverunt ad eo quod eius carminibus serpentes angerent, ad his nunc Umbronem venisse dicit, non regem, sed ducem, sunt autem isti Marsorum populi“.

Non deve aver giovato a Ovidio questo amore per Medea e questo riproporre un personaggio difficile, per quanto affascinante come sono affascinanti nella letteratura e nelle arti drammatiche tutti i personaggi dotati di potere e solitari nelle loro immense risorse e nella loro tragedia finale. Medea è anche colei che alla corte del re Egeo in Atene organizza l’uccisione del figlio del re, Teseo e solo all’ultimo minuto Egeo per puro caso (un simbolo portato nel monile di Teseo) si accorge della discendenza che gli è davanti e sventa il disegno, costringendo Medea a fuggire ancora, come è nel suo destino di donna solitaria e di maga. Fugge Medea, come si è detto, forse nella Marsica o in altro luogo. Poco importa la sua destinazione, perché come tutte le altre sarà provvisoria, fino alla sua ultima meta, che una leggenda indica nel Ponto, vicino al luogo di relegazione di Ovidio. Questo tentativo di avvelenamento di Teseo avvicina l’immagine di Medea a quella di Livia, terza moglie di Augusto, secondo alcune voci fautrice della morte dei figli adottivi del primo imperatore di Roma (Gaio Vipsanio Agrippa e Lucio Vipsanio Agrippa, figli di Giulia) e madre di Tiberio, che ad Augusto successe. “Medea” è l’unica  tragedia scritta da Ovidio e l’unica delle opere di Ovidio a non esserci giunta, se non attraverso tre versi. Cosa vi scriveva Ovidio? E vi fece allusioni a quel tentativo di avvelenamento del figlio del re di Atene?

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