LA LUNA SI GUARDA NELLO SPECCHIO DELLA TERRA DOPO L’INCENDIO CHE HA DEVASTATO IL MORRONE – E CERCA DI RESTITUIRE IL SENNO AGLI UOMINI DAI QUALI LE E’ GIUNTO
28 AGOSTO 2026 – “Viene da me e si posa sui miei crateri il senno degli uomini che lo perdono sulla Terra” osservò tra sé e sé la Luna nel… plenilunio di agosto 2026, il primo dopo una eclissi strana e importante, prima di Ferragosto. Si sarebbe di nuovo messa di mezzo tra il Sole e gli uomini non prima di altri 70 anni, quasi. Nulla la sorprese: non le nuove esplosioni della eterna belligeranza, non i crimini, le prepotenze millenarie. Solo, in quella notte tra il 28 e il 29 agosto, lo sguardo le cadde sulla piccola Valle Peligna, un puntino dell’emisfero ruotante, una Valle che, dopo qualche milione di anni, avrebbe potuto contenere tutta la stella dal diametro di 150 milioni di chilometri e lontana più di 1500 anni luce.
Si sorprese perché scrutò dei fuochi grandi, proprio sul Monte Morrone, dove aveva visto dei fuocherelli nel plenilunio precedente: roba da poco, all’inizio del mese dedicato al primo e più grande imperatore romano. E i fuocherelli erano distanti dagli abeti argentati, foresta in miniatura che nelle notti che eccitano i lupi mannari si mostrava in tutta la sua somiglianza con i riflessi dell’unico, affezionato satellite della Terra.
Scoprì che gli abeti non c’erano più, raggiunti dalle fiamme e quasi polverizzati e scoprì anche che guardare i pezzi di Terra scheletriti dalle fiamme, per lei, era come mettersi allo specchio. Il paesaggio era quello che quasi sessanta anni prima avevano trovato astronauti delicatamente approdati sulla sua superficie: l’avevano quasi accarezzata, saltellando leggeri sulla sua polvere. Perché mai degli uomini, così penetrati nelle bellezze dell’universo, avevano lasciato che un bosco come quello degli abeti argentati diventasse uguale alla desolazione dei suoi crateri? Lei che nei pleniluni riusciva ad illuminare le cose più belle della Terra, anche la muraglia in Asia che era l’unica opera umana scrutabile dalla sua distanza, di colpo si vedeva come su uno specchio con le sue rughe, con le linee che accusano il passare del tempo.
Eppure il Morrone era come appariva: inspiegabilmente vero, devastato dalle fiamme nonostante le tecnologie, nonostante il numero degli uomini che avevano per quasi un mese fronteggiato le fiamme e che una settimana prima avevano gridato vittoria, sostenendo, prima, che tutto era sotto controllo e, poi, che tutto era spento, ma bisognava solo… monitorare le braci.
Sulla montagna in fiamme tutti erano arrivati in ritardo, compreso un portentoso automezzo che avrebbe aperto sentieri per… monitorare e che attendeva ore e minuti preziosi, caricato su un tir rimasto senza benzina. Erano, però, arrivate puntuali le interviste per spiegare al colto e all’inclita quali fossero le strategie e i nomi degli strateghi, soprattutto questi rispetto a quelle. Nelle fasi della luna crescente, le notti erano trascorse senza che si studiassero tempi e modalità di intervento da attivare alle prime luci dell’alba, quando lei si sarebbe ritirata; oppure, se fossero stati studiati, sarebbe stato meglio accantonarli perché fallimentari, coadiuvanti con il disastro.
Ancora una volta, dopo millenni, l’unica risorsa sarebbe stata la pioggia, come del resto appena nove anni prima, per un altro versante del Morrone. Avrebbe voluto sollevare una marea, lei che poteva farlo, e riversarla sulle braci e le fiamme; avrebbe voluto orientare le nuvole e dirigerle su quella Valle un tempo ricchissima di gelide acque. E avrebbe, soprattutto, voluto restituire il senno che giaceva sui suoi crateri, rispedendolo a tutti gli uomini che non sapevano apprezzare le bellezze da lei tanto desiderate nei pleniluni sereni.

Nella foto del titolo l’incendio del Morrone ripreso dalla strada statale per Scanno.
Nell’ altra foto la luna sulla Valle Peligna






