DALLA TOPONOMASTICA PUO’ NASCERE UN PROGETTO POLITICO

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NESSUNA STRADA INTESTATA A MANFREDI E UN BUDELLO DEDICATO A FEDERICO II: L’ETA’ DELL’ORO DEL XIII SECOLO NON ESISTE PER I SULMONESI DI OGGI

22 DICEMBRE 2022 – Un personaggio che ha partecipato all’avventura sveva in Italia e, quindi, all’osmosi tra civiltà occidentale e mondo arabo nel Mediterraneo, alla fioritura di istituzioni giurisdizionali dai princìpi rivoluzionari per l’epoca, ma anche al riconoscimento e alla valorizzazione di città che un esasperato urbanesimo avrebbe potuto estinguere, come la Sulmona sede della curia (giustizierato dell’Abruzzo), non ha a Sulmona neanche una strada a lui dedicata, come non l’ha avuta fino a trenta anni fa lo stesso Federico II, cui oggi è dedicato un oscuro budello dove prima si vendevano water e bidet.

Manfredi di Hohenstaufen (nella foto del titolo), figlio di Federico II, il sovrano sotto il regno del quale Sulmona ebbe una delle più importanti strutture acquedottistiche del Meridione, ancora oggi visibile nella sua funzionale semplicità, sembra non esistere nella città che coraggiosamente prese le difese della dinastia sveva e dovette soccombere, insieme a Corradino, nipote di Federico II e figlio del fratello di Manfredi, Corrado IV, quando prevalse ai Campi Palentini l’esercito di Carlo d’Angiò. Infine il Manfredi che Dante Alighieri celebra nel Purgatorio con parole certamente dettate anche dalla sintonia ghibellina, ma tanto alte da superare gli steccati della faziosità, sembra non essere mai esistito per una città che pure dovrebbe trovare in lui (se non proprio in Federico II, stupor mundi) il motivo della sua rinascenza, nella consapevolezza del ruolo che le affida la centralità geografica rispetto all’Abruzzo e la rete di comunicazioni che la farebbero davvero il capoluogo amministrativo regionale.

All’obiezione che in otto secoli è cambiata la fisionomia dell’Abruzzo e che lo sviluppo della fascia costiera ha squilibrato il panorama economico e sociale basterebbe rispondere che una città ormai confinata su un cocuzzolo detiene ancora il primato di capoluogo dell’intera regione, pur se ha cessato da almeno un secolo di esserlo nella sostanza e, soprattutto, nelle aspettative degli abruzzesi. Il confronto tra i cittadini sulmonesi del XIII secolo e di oggi sta tutto nella dignità di quelli e nel servilismo di questi (ovviamente prendendo a considerare per primi i politici).

Oggi assistiamo alla corsa ad assicurarsi la complicità di politici che trovano le loro risorse in altri ambiti e che ad altri ambiti si riferiscono nelle loro scelte. Lo si è visto con la sventurata esperienza di Luciano D’Alfonso, che pure a Sulmona contava sui servi sciocchi, quando affermava che l’autostrada doveva essere deviata da Bussi a Collarmele, o quando non si limitava ad affermare che la stazione ferroviaria doveva essere evitata dalla famosa “bretella” di San Rufino e demandava a Rete Ferroviaria Italiana il progetto che oggi sta trovando attuazione anche con la compiaciuta presenza del sindaco Gianfranco Di Piero alla inaugurazione del cantiere. Lo si vede in quello che i servi sciocchi di Marco Marsilio fanno ancora  in ogni settore, compreso quello nodale dei rifiuti, a scapito del futuro di Sulmona e delle sue nuove generazioni.

Ecco: per quanto possa valere, dedicare una piazza o una via importante che ricordi Manfredi di Hohenstaufen, significherebbe rivendicare l’aspirazione dei Sulmonesi a riconquistare un ruolo che è proprio della città e che viene represso da incursioni ricorrenti. In questo la toponomastica non ha solo una funzione culturale: assume il valore di un programma politico.

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