LA TERZA DOMENICA DI LUGLIO VENT’ANNI FA E OGGI

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15 LUGLIO 2012 – Nella terza domenica di luglio, vent’anni fa, qualcuno prese la “agenda rossa” di Paolo Borsellino quando ancora echeggiavano gli scoppi causati dai quintali di esplosivo lasciato in una 126 a pochi metri dal cancello della casa dove il magistrato andava a trovare la madre. Nessuno sa dove sia oggi quella agenda: Salvatore Borsellino, fratello minore, ne parla ancora nell’ultimo degli appelli che ha lanciato in questo ventennio agli investigatori e alle autorità dello Stato; anche a quelli che possono accedere ai segreti. E infatti ha affidato la sua invocazione al libro-intervista “Fino all’ultimo giorno della mia vita” (ALIBERTI  editore, pagg 190, € 16) che è stato pubblicato nelle ultime settimane e che ha ridestato in Salvatore Borsellino la spinta a scuotere l’Italia, a rivolgersi ancora ai giovani affascinati dal martirio consapevole del fratello.

Un altro Paolo Borsellino ucciso dalla mafia

Non poteva dire di no a chi lo intervistava, Benny Calasanzio, nipote di un altro Paolo Borsellino ucciso nello stesso anno dalla mafia: troppe coincidenze, e poi quella omonimia che glielo mandava come una proposta fatale del fratello. Ne è uscita una confessione dura, senza rispetto per nessuno, come senza rispetto per nessuno si fa avanti la verità. Oggi è ancora il tempo della retorica e di certo in questa terza domenica di luglio si cominciano ad articolare commemorazioni che troveranno l’acme dell’autocompiacimento proprio il 19 luglio, alle ore 13,45, quando, come racconta Salvatore Borsellino, Paolo, l’amico di Giovanni Falcone, aveva ancora nella borsa l’agenda rossa insieme al costume ancora bagnato per l’ultimo tuffo nel mare che adorava e nel quale riconciliava l’amore per la sua “terra meravigliosa”.

Nessuna celebrazione senza la verità sul “patto”

Ma senza fare chiarezza sulla trattativa tra Stato e mafia non si potrà celebrare nessun sacrificio di Paolo Borsellino: non è opportuno celebrare niente se prima non si rende l’unico omaggio possibile ad un uomo che sapeva di andare a morire e non ha fatto un passo indietro. Dunque si deve sapere chi lo ha fatto impallidire; chi gli ha provocato quei conati di vomito alcuni giorni prima del martirio quando aveva saputo chi c’era a trattare sulla sua pelle e a decidere la sua fine; chi lo ha reso spettatore della sua stessa morte quando ha saputo che l’esplosivo destinato a lui era arrivato a Palermo. Borsellino confessa a chi lo intervista : “eppure oggi sono felice di essere il catalizzatore attraverso cui si realizza una reazione che era già nell’aria e che necessitava, appunto, semplicemente di una scintilla; tu puoi mettere insieme idrogeno e ossigeno, “guardate l’idrogeno tacere nel mare guardate l’ossigeno al suo fianco dormire” cantava De André, ma se non c’è qualcosa che li fa scoppiare essi vivono tranquillamente vicini senza che accada nulla. Questa è la situazione dell’Italia, dove tanti giovani aspettano solo di essere scossi dal torpore per impegnarsi in prima persona in questa battaglia di verità e giustizia”.

Una fraterna confessione e una speranza

Bella confessione, potente fiammata quella che si sprigiona dal cuore inconsolabile di Salvatore Borsellino, con tanti ricordi, con tanti cedimenti umani, che lo disegnano come il fratello ancora in cerca di “Paolo”, ancora affannato a raccogliere gli ultimi sprazzi di vita di chi sapeva che dopo la strage di Capaci non si poteva trattare con la mafia perchè acconsentire a quella immonda trattativa significava perdere l’amico e il ricordo dell’amico. Da queste 190 pagine che si leggono in poche ore prorompe l’immagine di Paolo Borsellino che invece accompagna con il proprio sacrificio quello di Giovanni Falcone, con quella sincera ed irremovibile, consapevole e forse eterna complicità della foto che li ritrae insieme sorridenti.

Nella foto del titolo: Paolo Borsellino nell’ultima gita da uomo senza scorta: al Parco Nazionale d’Abruzzo con due dei tre figli

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