DALLE FALDE IDRICHE LE METASTASI DELLA VAL PESCARA

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INCISIVA REQUISITORIA DEL PM SU BUSSI  E I SUOI VELENI

5 APRILE 2014 – Ha usato un linguaggio molto efficace e immediato il pubblico ministero Bellelli ieri al processo davanti alla Corte d’Assise di Chieti sulla discarica dei veleni di Bussi sul Tirino, “la discarica che disperde nelle falde acquifere le metastasi, come attraverso le vene”.

 Basteranno queste parole, vere fino in fondo, a far ritrovare l’orgoglio della “regione cuore verde d’Europa”? Le relazioni che sono state allegate alle carte processuali descrivono un panorama infernale in quelle “gole di Popoli” che sono (erano) fascinose e rimangono attraenti come una delle tante valli alpine, quelle strettoie dove passano le autostrade e le ferrovie e il sole d’inverno si affaccia mezz’ora al giorno (Nella foto in alto il sito della discarica di veleni, recintato e segnalato: è sovrastato dal viadotto dell’autostrada) .

Una valle fascinosa

Le gole di Popoli-Bussi rimangono nel cuore dei viaggiatori dell’Ottocento abruzzese e in quello dei pendolari del 2000 che vanno a trovare (cercare) lavoro a Pescara: non si vedono le ferite, sembra che quelle maggiori siano venute dal fuoco, con la montagna che sovrasta anche la ferrovia per Roma e che da sei o sette anni è rimasta calva come un vecchio, disorientato e dimentico di se stesso. Le ferite più gravi, forse irrecuperabili con questa classe politica che vuole costruire sopra i veleni un cementificio, sono quelle che vengono da quelle falde inquinate: nessuno le vede mai, come nessuno, a dieci chilometri da qui, vede rifiuti nucleari sotterrati a San Cosimo, probabile prima causa del cancro al seno delle donne peligne, con statistiche quasi doppie rispetto alla media nazionale (nella foto il Pescara in corrispondenza di Bussi Officine).

In questo l’Abruzzo sconta il perbenismo di non dire e di non parlare di quello che non si vede, se non in termini di sconcertante e ottusa superstizione: il cancro è venuto perchè doveva venire, anche quello alla vescica di chi lavorava a Bussi. Saranno morte perchè stroncate dal malvagio anche le lepri che, sotto gli occhi disincantati di un osservatore, mangiavano l’erba di Bussi e nel volgere di pochi minuti non c’erano più? Erano portatrici di un messaggio così sublimato e così sfuggente alle giustificazioni della magia, da essere subito archiviato? Non si poteva partire da là per chiudere, nel 1972, o anche negli Anni novanta, una fabbrica sulla quale nessuno ormai aveva dubbi? Occorreva poco: un po’ di Illuminismo e un po’ di reazione al ricatto occupazionale che ha disseminato questo Abruzzo di industrie-spazzatura.

Il punto di contrasto tra montagne

E’ un bel passaggio questo ingresso nella Valle del Pescara, perchè geologicamente segna un tratto di disunione tra due immense catene montuose: il Gran Sasso e la Majella (propriamente il Morrone, ma il Parco Nazionale è quello che prende il nome da un unicum contrapposto alla cima del Corno Grande). Sono le montagne che si contrastano da milioni di anni e non cedono un centimetro l’una all’altra, scontando in terremoti sconvolgenti l’avanzata dell’una sull’altra (nella foto una splendida fioritura domenica 6 aprile, lungo la Tiburtina Valeria in corrispondenza di Bussi Officine).

Perchè proprio qui l’Abruzzo deve vergognarsi per quello che hanno fatto i suoi politici, forse addirittura collusi con chi avvelenava, pur di riportare consenso alle elezioni distribuendo posti di lavoro? Non era la stessa cosa far morire operai in questa gola come morivano a Marcinelle e in tutto il mondo i minatori?

E cosa vuol dire adesso costruire un cementificio: seguire l’esempio del sarcofago di Chernobyl?