DI SORGENTE IN SORGENTE

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IL VOLTURNO E LA FIABA DI UNA BASILICA

Le sorgenti del fiume Volturno e l’area archeologica di San Vincenzo al Volturno, sito di straordinario interesse in Molise, valutato (e si dovrebbe dire davvero: scoperto) negli ultimi venti anni (nella prima foto i resti di una antica basilica con sullo sfondo la chiesa ricostruita dopo i bombardamenti degli anglo-americani che distrussero quella originale nel 1943). Si trova a 40 minuti di auto da Sulmona ed è una scoperta per tanti.

Cominciamo dalle sorgenti.. C’è un laghetto, immerso in un’oasi  di verde e recintato perché non sia violato da nessuno. L’acqua che vi si scorge ha delle zone blu e delle zone verde smeraldo. Le anatre selvatiche guardano il visitatore con sicumera, rassicurate dalla rete: quindi non starnazzano neppure. Si sente solo in lontananza il discreto rumore della turbina che sfrutta il salto iniziale delle acque (un impianto simile a quello di Anversa, dove D’Annunzio dice che “mugghia” il fiume Sagittario). Si fa fatica a rendersi conto che si sta all’inizio di un percorso straordinario di acqua che finisce nella bolgia della Campania: che, in sostanza, forse una goccia di quell’acqua finiva nel Tirreno, incattivita e strapazzata dalla furia di un mondo aggregato al proprio ritmo.

Non più distante di un paio di chilometri, a conferma della scelta sacrale che fu fatta dai monaci, si trova l’abbazia di San Vincenzo al Volturno (nella foto a fianco un sarcofago che conteneva i resti di un crociato).  La leggenda riporta che fu trovata in modo rocambolesco.  Un pastore cadde in una voragine del prato dove accudiva il gregge. Forse il terreno si era allentato con le piogge recenti. L’uomo si ritrovò intorno una cupola celeste ed era quella disegnata, appunto, nella cupola della chiesa dove tanti secoli prima si era svolta la serena esistenza di San Vincenzo e dove sorse il santuario. Il mito vuole che il pastore rimanesse stupefatto e si impensierì pensando che quella volta celeste non fosse dipinta, ma fosse il suo vero punto di destinazione dopo la terribile caduta ed il colpo tremendo dell’atterraggio.

Bella leggenda: di quelle che vogliamo siano state vere e, in fondo, non conta molto se sono frutto solo di fantasia. Vicino passa comunque il Volturno (nella foto in basso il fiume, che è noto anche per una decisiva battaglia del Risorgimento, come appare tra le rovine di San Vincenzo), attraverso il quale risalirono varie vestigia con le quali sono state costruite parti essenziali della bellissima basilica rasa al suolo dai bombardamenti degli Alleati. Una delle tante chiese delle quali si componeva il complesso monastico è stata ricostruita, ma di quella il falso si vede subito e non indugiamo a pensare che è un vero… falso. (Nella foto a sinistra la autentica parete nell’ipogeo della Basilica maggiore, dove si diceva fossero conservate le reliquie di San Vincenzo di Saragozza) Per il resto, le pietre sono là: sono là anche i segni dell’incendio provocato dagli incursori che vennero attraverso lo stesso fiume e che provocarono centinaia di morti tra i monaci, mandati da….  non lo si direbbe mai: il vescovo di Napoli, che riteneva che in quel posto si esercitasse l’usura, ma che probabilmente voleva solo affermare un potere. E ne aveva ben donde per coltivare questa paura: era un agglomerato potentissimo  ed era stato visitato da Carlo Magno nel 775. L’Abbazia era stata rovinata da un terremoto nell’848 e due anni dopo i Saraceni la invasero, ottenendo un riscatto in oro. Come l’Araba Fenice, risorgeva sempre dopo i suoi terremoti e a distanza di trent’anni, il 10 ottobre 882, appunto, i Saraceni, mandati dal vescovo, uccisero 900 monaci (non c’è  nessuno zero in più, sono cifre indicate dalla “Guida d’Italia del Touring – Abruzzo e Molise”, pag. 312). Della basilica  non rimase che il pavimento marmoreo insanguinato e dieci delle undici tra chiese e cappelle furono ridotte in ammassi di rovine. L’Abbazia risorse ancora e all’inizio del 1300 era… più florida e bella che pria. Ma ancora il terremoto nel 1349, lo stesso descritto dal Quatrario a Sulmona (si veda “Un Umanista del 1300 racconta come sprofondò la terra”, nella sezione “Accadde ieri” di questo sito), la distrusse definitivamente.

I “pezzi” usciti dai laboratori del vetro, della carta, degli ori, che si trovavano nel complesso, sono stati esposti sei anni fa a Brescia in una mostra sui Longobardi in Italia. La cugina della Regina Elisabetta è venuta a vedere gli scavi negli anni Ottanta, finanziati dalla Corona e da studiosi tedeschi. E’ stata una fortuna che l’Enciclopedia Treccani dell’Arte Medievale sia stata stampata in un lungo arco di tempo e che il complesso sia intitolato a San Vincenzo: perché nel penultimo volume è stato possibile riferire delle recenti scoperte.

Sembra di sentire il genius loci: si sta lì a leggere una antica fiaba medievale che rinasce ogni giorno come le sorgenti del Volturno e si arricchisce della vita che attraversa.