DOMANDE CHE ATTENDONO RISPOSTE

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10 GENNAIO 2010 – Le supposizioni in ordine al più grande error compiuto da Ovidio in vita si sono rincorse nei secoli, soprattutto nel Medio Evo, quando il poeta ha incontrato fortuna molto maggiore rispetto a quella odierna tra gli studiosi ed i molti emuli che hanno accresciuto le schiere dei letterati alla riscoperta della classicità.

Peraltro, si possono delineare alcuni punti fermi che l’analisi ha ormai maturato.

Innanzitutto, non doveva essere un fatto di poco conto, tanto meno un pettegolezzo di corte: quanto grande doveva essere lo sbaglio che Ovidio avrebbe compiuto e che non riuscì a riparare neanche dopo aver implorato clemenza ed aver mostrato le sue ferite profonde nei “Tristia” ?

In secondo luogo, Ovidio può essersi inoltrato in una strada senza ritorno, magari senza perseguire una strategia politica, magari senza l’intenzione di immolarsi per difendere la libertà dei Romani, come avrebbe fatto Bruto nei confronti di Cesare. Il poeta peligno può aver contrastato la ragione di Stato, in una Roma che andava diventando sempre più forte e perfetta nel suo apparato di controllo (la riforma verso l’impero la aveva di fatto resa invincibile e l’assoluto dominio di Augusto le assicurava grande pace interna) e, quindi, l’esigenza di fare chiarezza sulla morte dei due consoli, colpiti dallo… stesso (non casuale) fato ?

E se l’esilio è durato tanto a lungo, nonostante le reiterate implorazioni dal Ponto e le intercessioni di importanti personaggi, Ovidio può considerarsi solo il poeta dell’eleganza, oppure è verosimile che fosse in grado di impensierire, con la sua presenza a Roma, un Augusto al massimo del suo splendore?

Con i “se” non si scrive la storia, ma la letteratura forse. Se gli scavi di Pompei ( si afferma che sarebbero ancora sepolte intere biblioteche) riconsegnassero il testo di una opera “rivoluzionaria” di Ovidio, o solo controcorrente, ci sarebbe da sorprendersi?