DOPO LO SCHIAFFO A MARSILIO IL GOVERNO RICOLORA DI ARANCIONE L’ABRUZZO

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INCERTEZZA NELLE ORE SUCCESSIVE AL DISASTRO ISTITUZIONALE – GLI EFFETTI DELLA SCELTA DI UN GOVERNATORE NON ABRUZZESE CHE HA STRUMENTALIZZATO LA REGIONE PER FINI ELETTORALISTICI

13 DICEMBRE 2020 – Il TAR dell’Abruzzo ha sospeso l’efficacia dell’ordinanza del presidente della giunta regionale, Marco Marsilio, che disponeva il passaggio della regione da zona “rossa” a zona “arancione” nell’ambito delle classificazioni sui limiti ai movimenti e alle attività in tutto il territorio. Marsilio aveva deciso di anticipare di due giorni la diversa connotazione ed era stato formalmente diffidato dal Governo a revocare l’atto, ritenuto illegittimo. I ministri Boccia e Speranza avevano anche prefigurato una responsabilità del presidente della giunta per il caso che si fosse dimostrato il nesso tra la riapertura di negozi e, in genere, pubblici esercizi, e l’incremento dei contagi. Il Governo ha ricondotto la regione all’ambito arancione da oggi.

La battaglia tra Marsilio e il Governo traccia il paradigma del degrado istituzionale avviato con la creazione degli enti regionali quali piccoli stati in concorrenza con lo Stato centrale. Probabilmente la condotta di un presidente di regione alla Marsilio non è stata mai neppure considerata tra gli oppositori per preconizzare la degenerazione del modello voluto dalla Costituzione. Nessuno, nelle pur aspre fasi di dibattito parlamentare (caratterizzato dall’ostruzionismo al quale ricorsero il Partito Liberale e il Movimento Sociale) poteva immaginare che cinquanta anni dopo la realtà avrebbe superato la fantasia: un presidente di regione che, in dissonanza dai principi stabiliti dalla legge, interpreta i dati di una pandemia mortale secondo la convenienza anche elettoralistica; un Governo che lo diffida a revocare l’ordinanza illegittima; quel presidente che risponde con toni da cantina (“le affermazioni dei ministri sono classificabili tra l’avvertimento minatorio e il ridicolo”); un conseguente contenzioso che viene risolto da un giudice amministrativo di primo grado, come se un conflitto di questo genere, che involge interessi e figure del più alto livello, si potesse ridurre a mera interpretazione tecnica, senza che ne venga investita la Corte Costituzionale.

Figure da Crozza-Razzi per la politica abruzzese

Tutto questo è paradossale e denota come l’inimmaginabile si trovi, in effetti, dietro l’angolo e si può presentare in una tranquilla domenica pre-natalizia, nella quale il presidente di regione venuto da lontano e biascicante una “calata” laziale veste l’armatura del crociato sferrando un fendente all’indirizzo politico del Governo, secondo la malaugurata stagione dei campanili che devastò l’Italia dei secoli andati.

In questo panorama da basso impero, negozianti, ristoratori, professionisti, titolari di attività produttive venerdì sera non sapevano cosa sarebbe successo nelle ore successive; sapevano solo di essere tornati in zona rossa. Speravano che il Governo, dopo lo schiaffo inferto a Marsilio, ritinteggiasse in arancione valli e contrade abruzzesi. E cominciano a considerare che tutto questo sia più che sufficiente per abolire le regioni: altre ribellioni si sono registrate, del resto, sul tema della prevenzione del coronavirus.

Marco Marsilio, del quale si auspicano le dimissioni immediate

Prima di diventare presidente della Corte Costituzionale, il prof. Livio Paladin, nel suo “Diritto regionale” del 1976, delineava la faticosa impresa delle Regioni (e dei partiti che sostenevano il completo decentramento o la più estesa autonomia) per conquistare spazi ritenuti essenziali alla attuazione della Carta fondativa ed approdare ad un delicato equilibrio basato essenzialmente sul senso delle istituzioni e sul rispetto della legge. Nessuno poteva immaginare e nessuno ha immaginato che un “governatore” avrebbe potuto rivendicare a sè il diritto di interpretare a modo suo e contro le leggi i dati statistici di una epidemia, come nessuno poteva immaginare che le regioni in genere si rivoltassero alla linee di un Governo per assecondare le esigenze di una parte di operatori economici a scapito delle necessità primarie di tutela della salute (in Sardegna la scorsa estate si è toccato l’apice, con locali da ballo aperti, senza misure sanitarie).

Forse in questo sta la più evidente dimostrazione di quanto il debole sistema di pesi e contrappesi possa non funzionare nei momenti più drammatici della vita italiana. E di come le Regioni, oltre ad essere un meccanismo di sperpero di risorse, costituiscano anche un pericolo costante.

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