MA PER GLI EMIGRATI NON C’ERANO LE OSTIE DEL PARROCO

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16 MAGGIO 2012 – Non erano benedetti da chi restava in paese: gli emigranti del dopo-guerra passavano attraverso il giudizio severo dei parroci, quello più indulgente delle mogli, quello appena accennato dei figli che talvolta li andavano a cercare per farli tornare in patria o soltanto per vincere la curiosità di saperli in un posto qualsiasi del mondo.

Insomma, l’iconografia dell’emigrazione come fenomeno di promozione culturale e sociale, portatrice di risorse e, quindi, di riscatto, è invenzione del dopo-emigrazione, forse di un giornalismo “organico”. A viverli dalla parte di chi restava, quegli anni Cinquanta e Sessanta riservavano tante altre verità, che emergono, ancora come altre, in questi giorni mentre la Rai trasmette sul “digitale terrestre” documentari girati nell’entroterra abruzzese. Per esempio a Frattura, minuscola frazione di Scanno, dove il parroco, don Mancini, si concede anche ad una intervista mentre prepara in casa le ostie, per conservarle per i giorni di bufera incessante, “quando non arriva nemmeno il postino a portarle”. La scelta degli scannesi di tentare la fortuna con il lavoro all’estero è vista prima di tutto come disgregazione della famiglia, cioè del principale nucleo di realizzazione spirituale e sociale. Non è che mancassero, in effetti, esempi di lavoratori che in paese non sono più tornati e che, per giunta, si sono formati un’altra famiglia all’estero; ma quello del parroco sembra quasi un atto di accusa, forse interpreta le ansie e le mortificazioni che gli esprimono le tante “vedove” della emigrazione.

C’è molto materiale da metabolizzare in quelle inchieste che, forse inconsapevolmente per coloro che le realizzarono sessanta anni fa, appaiono oggi come la rappresentazione speculare di un Paese della immigrazione, cioè l’Italia di oggi; forse le scene di paesi spopolati dalla componente maschile si adatterebbero a realtà come l’Albania o la Romania, se l’emigrazione non avesse per questi significato l’esodo di tante, quasi tutte “badanti”. Le “teche” della sede Rai di Via Salaria sono, insomma, meno agiografiche di quanto si potesse supporre da certi cicli di trasmissioni e di notiziari contemporanei alla grande emigrazione; quasi fossero state prese da altri archivi e formate con gli spezzoni che mancavano. “Va’ dove ti porta il lavoro” potrebbero essere titolati i numerosi approfondimenti sull’Abruzzo che ancora non conosceva l’industria (e che ancora non la perdeva) e che per questo era drammaticamente lacerato tra il desiderio di stabilità sociale e la giusta aspirazione a migliorare le condizioni di vita, tra la gioia nelle mura domestiche e la chimera di mandare soldi dall’estero per fare felici mogli e figli.

Nella foto una immagine della festa di Sant’Antonio Abate a Scanno nel 1977

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