“ERA UN SABATO SCURO E PIOVOSO…”

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LA NARRAZIONE DELL’ECCIDIO DI PIETRANSIERI E LA STRANA CARENZA DI FONTI E DOCUMENTAZIONI

16 NOVEMBRE 2013 – Per molti anni si è parlato poco della strage di Pietransieri. In quella frazione di Roccaraso non si svolsero neppure i funerali delle 128 vittime dello sterminio dei Tedeschi; solo dopo molto tempo si allestì una cerimonia semi-irreale, che aveva molto della rappresentazione del dolore, più che del dolore vero e proprio.C’era ancora sgomento, ma non si sapevano i contorni, tanto meno le giustifciazioni, di un atto così crudele verso persone del tutto disarmate, alle quali non si poteva neppure imputare la volontà di nascondere uomini armati, perchè semmai i casi di partecipazione attiva alla resistenza armata saranno stati tre o quattro. A Roccaraso, per quello che accadde nella frazione spersa tra i monti, non fu concesso nessun riconoscimento: si dovettero riaprire i termini per avviare il procedimento, pigro e insicuro, che poi ha portato alla medaglia d’oro, consegnata nel lulgio del 1967 dal Capo dello Stato Giuseppe Saragat.

Tra quanti si sono interrogati sulle terribili giornate del novembre di settanta anni fa, Angelo Maria Scalzitti ha svolto una vera e propria indagine, cercando di sentire le testimonianze dirette di chi c’era stato o avuto raccolto i primi echi della strage. Delle ricostruzioni che Scalzitti ricompose per il suo “Il Quarantatrè”, CIRCOLO LETTERARIO, Sulmona, 1973, siamo stati diretti testimoni per il capitolo che riguardava i Sulmonesi prelevati d’imperio a spalare la neve in una delle retroguardia della “Linea Gustav”, a qualche decina di metri dalla Chiesa della Madonna della Portella sul Piano delle Cinque Miglia. Angelo Scalzitti aveva condotto in autovettura una persona di mezza età, che era stato giudice e viveva a Sulmona da qualche anno: gli fece rivivere le ore trascorse in un improvvisato bunker sotto l’incubo delle mitragliatrici tedesche. Cercò di sfoglaire nelle pagine della memoria di quella persona: erano capitoli lucidissimi, sebbene quell’uomo avesse avuto problemi mentali e aveva dovuto lasciare il suo lavoro. Si ritrasse quando quegli cominciò a parlare da solo, ebbe un minuto di indugio, poi due e tre, fino a quando l’interlocutore non si risollevò dal peso dello stress, della grande prova di scartabellare nei ricordi più traumatici. Era davvero una intervista a un pezzo di storia, quando una persona, senza schermature e prudenze, si ritrovava nel luogo dove su “sbattuta” ad appena 14 anni o forse poco più. Il suo collage Angelo Maria Scalzitti non riuscì a terminarlo, perchè morì, proprio lui, a… Quarantatrè anni e il libro fu in parte rifinito pe proporlo alle stampe. Sui giorni tremendi di Pietransieri contiene molte notizie importanti, che forse vanno integrate con gli aggiornamenti pervenuti in questi quaranta anni successivi.

“Il caso volle che la Linea Gustav attraversasse proprio il territorio di Pietransieri: la popolazione quindi si venne a trovare nella condizione di dover subire il massimo dei disagi. Già sulla fine del settembre 1943 le prime pattuglie di nazisti raggiunsero Pietransieri, ma nuclei consistenti di soldati arrivarono nella prima quindicina di ottobre: essi gravitarono sempre nell’abitato di Pietransieri, un gruppo di case sperdute letteralmente in mezzo alla montagna, invisibili dalla strada statale che unisce l’Adriatico al Tirreno. I Tedeschi studiavano la topografia del terreno e predisponevano piani per le fortificazioni che avrebbero dovuto costruire.

Difatti il 30 ottobre arrivò un reparto regolare comandato da un tenente dal piglio duro ed ironico, il quale per prima cosa requisì la guardia comunale, Italino Oddis di 35 anni, ammogliato con due piccoli figlioli, e gli ordinò di tenersi a completa disposizione del Comando Tedesco. Poche ore dopo il tenente sequestrava la casa di Oddis, il quale dovette sloggiare immediatamente con pochi effetti personali ed abitare in un fondaco nelle vicinanze. Tanto per essere ancora più precisi sullo stile del reparto, quando la guardia comunale chiese che il proprio orologio a pendolo da portare nel fondaco squallido in cui era stato cacciato, ebbe per tutta risposta ironici sberleffi e un soldato tedesco gli disegnò sulla schiena un quadrante di orologio, fra gli sghignazzamenti dei nazisti. E nello stesso giorno non essendo riusciti a trovare un cavallo o un mulo, i nazisti presero il sacrestano, che aveva 88 anni, e lo collocarono fra le stanghe di un carretto, costringendolo a portare il materiale caricato fin dove serviva”.

“Il 7 novembre poi all’improvviso fu diramato l’ordine di sgomberare la frazione e lo sfollamento si realizzò in maniera caotica nella tarda serata, e nelle prime ore dell’8 Novembre. Documenta il Sindaco Camillo Redaelli in una relazione del Settembre 1966: “Appena la frazione di Pietransieri risultò evacuata, pattuglie di SS e del reparto colà distaccato iniziarono la depredazione di ogni cosa utile e la demolizione delle abitazioni ritenute non utilizzabili per le loro necessità; ne ricavarono materiali in ferro e legno per i loro lavori di fortificazioni; nella chiesa, di apprezzabile valore artistico, fecero man bassa di tutto e per impossessarsi del notevole quantitativo di legname che si poteva ricavare dal soffitto incendiarono e demolirono, avviando il materiale di recupero nel cimitero, pure messo a soqquadro, la cui cappella fu adibita a cucina”

“La prima vittima a restare sepolta sotto le macerie di una casa fatta saltare per aria fu Barbara Oddis di 77 anni: paralitica, immobilizzata nel suo letto, non potè unirsi alle altre persone nello sfollamento del 7 Novembre, e così morì drammaticamente. Completata l’opera di distruzione delle povere case di Pietransieri, i Tedeschi si sparpagliarono per le zone circostanti a caccia di tutti gli uomini validi per concentrarli nelle zone di alta montagna da fortificare, ma per i casolari trovarono solo donne e uomini vecchi ed invalidi. I Tedeschi cercarono in tutti i modi di costringere quella gente a tradire i nascondigli dove certamente si trovavano gli uomini, anche pochi che fossero: ma la gente non si fece mai convincere dal nemico e nessuno collaborò, anzi vennero inviati alcuni ragazzi ad avvertire gli uomini di non farsi vivi nella maniera più assoluta.

“Era un braccio di forza pericolosissimo, e per quanto riguarda i civili addirittura commovente per l’aspro sentore di intima resistenza al nemico: una sorta di ancestrale spirito di sopravvivenza ribelle. Il 13 Novembre un episodio provocò l’ira dei Tedeschi: due soldati che si erano spinti fin sulle rive del fiume Sangro furono trovati uccisi. I Tedeschi già sapevano con certezza assoluta che tutti gli uomini di Pietransieri si facevano beffe di loro, ben nascosti fra bande armate: nella realtà alcuni di essi già collaboravno attivamente con il Corpo dei Volontari della Maiella. Il Comandante delle SS ordinò un primo rastrellamento: il 15 Novembre una pattuglia si spinse in profondità fino ad un casolare della località “Bosco Promiscuo”. Entrati all’interno videro una giovane donna che impastava farina per cuocere pane in un forno rudimentale lì accanto. La donna preparava pane per gli sfollati che popolavano le case in contrada “Limmari”. Uno dei Tedeschi lanciò una bomba a mano verso il forno e la povera donna rimase maciullata dall’esplosione: era la seconda vittima, si chiamava Maria Cordisco.

“Il 16 Novembre durante un altro rastrellamento i Tedeschi riuscirono a trovare in mezzo ad un bosco un gruppo di uomini: con grida e scariche di mitra riuscirono a bloccare alcuni di loro e a catturarli. Si trattava del partigiano Vincenzo Oddis, di 33 anni che era tornato nella zona per vedere i suoi parenti, e gli altri 7 erano i fratelli Antonio e Vincenzo Guido, rispettivamente di 35 e 31 anni, Costantino Iarussi di 37 anni, Arnaldo Oddis di 15 anni, Lorenzo Macerelli di 31 anni, ed i fratelli Alfonso e Sinibaldo Macerelli di 21 e 18 anni. Sotto la minaccia delle armi da fuoco furono portati lungo il sentiero che raggiungeva le fortificazioni di Pietransieri. Arrivati in località “Anito delle Lesche”, in un punto dove la boscaglia è molto fitta, sette uomini, meno Sinibaldo Macerelli che era proprio in mezzo a due soldati, approfittando di un attimo di disattenzione dei nazisti e affidandosi all’elemento sorpresa, si buttarono a destra e sinistra tentando di fuggire. I Tedeschi però li falcidiarono immediatamente con raffiche di mitra, senza alcuna pietà. Sinibaldo Macerelli, a quanto si seppe dagli stessi Tedeschi in una relazione al Comando, rivolse aspre parole ai nazisti pieno di orrore per la strage compiuta sotto i suoi occhi. Fu sospinto poco più in là, gli fu ordinato di scavare la propria fossa, e dopo pochi secondi fu ucciso e buttato sotto il manto di terra smossa, che accolse il povero corpo straziato come il grembo di una madre affettuosa.

“E le vittime salirono così a dieci.

“Il 17 novembre un tedesco che stava per raggiungere una pattuglia di commilitoni, attraverso una scorciatoia, in località “Difesa” scorse fra i cespugli e gli alberi una vecchia: si trattava di Maria Bucci di 77 anni ch era curva su un fuoco di sterpi a cucinare una brodaglia di erbe e patate per sé e per il marito, Giuseppe Macerelli di 83 anni, il quale era a qualche decina di metri intento a raccogliere frasche per alimentare la fiamma. Il tedesco si avvicinò alla donna, sguainò il pugnale e lo infilò freddamente nel collo della vecchia; al grido inumano della povera donna il vecchio marito accorse e quando vide il corpo di Maria riverso a terra, ormai inanimato, si mise a gridare e si diresse verso il tedesco agitando il proprio bastone in una reazione naturale. Il tedesco gli bloccò il braccio e con lo stesso pugnale ancora lordo e gocciolante di sangue gli trafisse il collo.

“Le vittime erano dodici.

“Il 18 Novembre nella zona “Valle della Vita” (da quel giorno sarà chiamata la “Valle della Morte”) una ragazza di vent’anni, Rina Di Cristofaro, cercava di radunare pecore ed agnelli di sua proprietà che si erano dispersi per il bosco. Essendo uscita allo scoperto in una radura, fu vista da una pattuglia tedesca e fu raggiunta da una sventagliata di mitra. Ferita, fu lasciata sul posto: gemeva mentre moriva per dissanguamento, e nel frattempo i Tedeschi razziavano alcune pecore.

“Nel pomeriggio dello stesso giorno, il padre della ragazza, Achille di 51 anni, non vedendo tornare la figlia uscì dal suo nascondiglio senza alcuna prudenza per ricercarla unitamente al povero gregge. Un tedesco lo scorse e lo uccise a colpi di fucile. Le vittime salirono dunque a 14.

“Il giorno dopo, 19 Novembre, Antonio Di Florio, un partigiano di 38 anni, con il padre di 74 anni, Annibale, ed Alfredo Di Padova, di 18 anni, si aggiravano nella boscaglia per portare le bestie di loro proprietà, tenute ben nascoste, alla abbeverata. In genere portavano gli animali all’acqua nelle primissime ore del mattino, ma quel giorno era tardi, ed era già chiaro: furono sorpresi da una pattuglia che li falciò con i mitra riducendoli in fin di vita. Morirono dissanguati anch’essi, mentre i nazisti erano già lontani con le bestie razziate.

“Le vittime erano già 17.

“Il 20 Novembre in località “Aia dei Polli”, molto internata nella boscaglia, la pattuglia tedesca scorse Tommaso Di Gregorio di 56 anni che credeva veramente di essere al sicuro con il suo bestiame. Anch’egli cadde senza un attimo di ripensamento sotto il fuoco delle maschinen-pistolen, ed i nazisti si allontanarono con il loro bottino.

“Le vittime furono 18.

“Nel pomeriggio di quello stesso giorno veniva decisa la sorte di centodieci persone che venivano ammassate nelle capanne della contrada “Limmari”.”

“I motivi furono vari. L’uccisione dei due Tedeschi trovati il giorno 13 attribuita agli abitanti della zona; l’insuccesso riscontrato nel convincere quei montanari a collaborare per i lavori alle fortificazioni; i tentativi inutili dei Tedeschi per rastrellare gli stessi uomini, concretatisi nell’episodio eclatante dei giorni 16 e 19, quando gli uomini catturati preferirono fuggire e quindi farsi uccidere piuttosto che collaborare con il nemico; il convcimento ormai radicato di trovarsi di fronte una popolazione ribelle e ostile, con l’aggravante di elementi che collaboravano con la resistenza attiva”.

“Alle 8 di domenica 21 Novembre 1943 i Tedeschi erano pronti nella contrada “Limmari. Appena giunti gli uomini furono divisi in quattro gruppi per esegurie questi ordini: “Aggirare rapidamente i casolari, assegnati a ciascuno scaglione ed uccidere senza alcuna eccezione tutti gli sfollati, con la massima celerità, senza farsene sfuggire alcuno, controllando ad azione compiuta l’avvenuta morte, ricorrendo al colpo di pistola alla nuca in caso di necessità” (dal documento militare nazista dell’epoca). L’azione venne svolta rapidamente: nel casolare D’Aloisio furono trovate 5 persone accanto al focolare e furono uccise. Nel casolare Macerelli furono trovare 15 persone, furono fatte uscire dall’orticello accanto e furono trucidate a colpi di mitragliatrici. Nel casolare Di Virgilio e nell’orto accanto c’erano 30 persone: furono portate fuori anche quelle che si trovavano all’interno e furono mitragliate. Un ragazzo di 22 anni, Rodrigo Cocco, si era nascosto fra alcuni materassi, ma fu scovato dai Tedeschi e fu ucciso all’istante. Nel casolare D’Amico c’erano 62 persone all’arrivo dei Tedeschi”.

Furono fatti nascondere alcuni soldati armati di mitra dietro i cespugli a qualche decina di metri dal casolare e fu sistemata una mina in una depressione dinanzia alla masseria. “Subito dopo alcuni Tedeschi ordinarono a tutti di uscire e di schierarsi nella piccola radura” e “le mitragliatrici cantarono a lungo tristemente mentre i morti si ammucchiavano in un lago di sangue. Neppure i bambini, che piangevano disperatamente in ginocchio, furono risparmiati. Nell’elenco difatti figurano bambini di 3, 5, 7, 8, 10 anni, per non parlare di Guido e Gianfranco di quasi due mesi e di Guido Norma di sei mesi. Lo scoppio della mina maciullò cadaveri e feriti. Una strage orribile e priva di qualunque senso di logica. Delle 62 persone che abitavano il casolare se ne salvarono soltanto due. Laura Calabrese di 65 anni perchè duratne l’eccidio si trovava lontana dalla casa per la provvista d’acqua al torrente, e se ne rimase nascosta terrorizzata, e sua nipote, una ragazza di 7 anni, Virginia Macerelli, che fu colpita di striscio e rimase svenuta sotto il mucchio di cadaveri a fianco della madre morta.

“Quando la vecchia Laura si avvicinò come impazzita dalla paura e dal dolore a quel mucchio di amici e parenti che aveva lasciato solo un’ora prima e con i quali aveva tessuto progetti di vita e di speranza, sentì un gemito e trovò come per miracolo la bimba che riprendeva conoscenza. La trasse fuori da quel lago di sangue e la portò con sè lontano. Virginia Macerelli è viva e ricorda tutto di quel giorno infernale: abita in Inghilterra dove si è sposata.

“In quel mattino furono uccise 110 persone nei casolari sparsi di Pietransieri, ed aggiungendo le 18 vittime dei giorni precedenti, Pietransieri ha pagato uno scotto troppo elevato alla Patria nella lotta per la Resistenza: 128 vittime!

“Dobbiamo aggiungere altri morti: nei mesi seguenti 10 persone trovarono la morte incappando ad una ad una nelle mine poste dai Tedeschi. In un totale, pertanto, di 500 abitanti, oltre un quarto era scomparso nella lotta silenziosa ed inerme.”