FILO DIRETTO OSTIA-SULMONA PER LA “MEMORIE DI ADRANO”

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E ALBERTAZZI CONFERMA DI VOLER RECITARE OVIDIO NELLA SUA CITTA’ NATALE

6 MARZO 2016 – “Memorie di Adriano” ha occupato l’appuntamento di “Liberincontri”  alla “Sala Azzurra” di Palazzo di Giovanni Sardi.

Ne ha parlato Giulio Scalzitti, secondo il clichè che il “Centro di Studi Vittorio Monaco” si è dato: non una lettura, ma un tracciato, attraverso le pagine che più hanno formato l’immagine complessiva del libro nel lettore.

Ed è di attualità questo incontro con l’opera della Yourcenar, perché proprio domenica pomeriggio (nelle due foto), al teatro “Nino Manfredi” di Ostia, Giorgio Albertazzi (che portò il dramma al teatro di Sulmona nel novembre 1995) ha rappresentato ancora le “Memorie”. Veramente un miracolo queste riedizioni del monologo dell’imperatore umanista: non tanto per il numero delle repliche (con circa 500.000 spettatori) e non tanto per l’età di Albertazzi (che ad agosto compirà 93 anni), quanto per la passione del racconto, per le pause che nessun altro sa far seguire alle parole, per l’espressività del raccontare e trasmettere il dolore degli imperatori che conoscono il limite (Traiano quando ai confini estremi della Roma capitale del mondo, nel Golfo Persico, scopre che non può andare oltre; Adriano che scopre di non essere riuscito ad amare Antinoo al punto da fargli amare la vita). Albertazzi ha riproposto fino al 20 marzo il suo capolavoro, che è quello del teatro dell’introspezione e della riflessione del Novecento. Yourcenar, con le letture e sottolineature che vengono ricorrentemente presentate ormai in tutto il mondo, rimarrà come l’autrice di una autobiografia che sembra scritta davvero dal padrone del mondo nell’epoca più gloriosa per l’Uomo.

Albertazzi, che dichiara di essere affascinato dall’idea di recitare Ovidio nella sua città natale, ha parlato con spensieratezza della Roma e della Lazio (e anche della Fiorentina, “che ormai è precipitata, no?”) nella conversazione breve sulla scena in un teatro stracolmo, insieme agli altri bravissimi protagonisti, che hanno evocato canti e pianti, lacerazioni e addii nella vicenda dell’uomo: proprio come scriveva Flaubert: “Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo solo”.

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