GIUSTIZIA OLTRE E AL DI SOPRA DEI CAMPANILI

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UNA RIFORMA DELLE CIRCOSCRIZIONI CHE SI ARTICOLI SULLE STATISTICHE SACRIFICHEREBBE NON SOLO IL TRIBUNALE DI SULMONA, MA ANCHE QUELLI DI L’AQUILA, CHIETI, ISERNIA

Nel novembre 1987 a Sulmona  il sen. Claudio Vitalone intrattenne per un’ora e mezzo una platea composta dai  rotariani del Centro Italia e dai presidenti dei Tribunali che avevano sede nella stessa area, ma in città che non erano capoluogo di provincia. Affrontò le già vecchie, ma irrisolte questioni della geografia giudiziaria: sostenne, tra l’altro, che non necessariamente l’accentramento delle funzioni giudiziarie nelle grandi città avrebbe consentito il miglioramento del servizio (fu preceduto in questa analisi da un incisivo messaggio inviato ai congressisti dell’ex presidente della Repubblica e docente di procedura penale, sen. Giovanni Leone). Nel 1989 entrò in vigore il nuovo codice di procedura penale e le cose cambiarono profondamente, perché il sostanziale fallimento dei riti alternativi (patteggiamento e giudizio abbreviato) ha determinato che di un imputato si debbono interessare troppi giudici per poter, nei piccoli tribunali, ragionevolmente ottenere un risultato in tempi rapidi e senza l’applicazione di  giudici da altri tribunali (soprattutto per i processi con dibattimento collegiale, che sono poi quelli di più rilevante allarme sociale).

Ora, alla luce di queste modifiche normative, è indubbiamente più impegnativo sostenere che la geografia giudiziaria debba rimanere quella che è.

Ma la proposta che è stata pubblicata l’anno scorso dalla Associazione Nazionale Magistrati e che tende a conservare i tribunali solo nei capoluogo di provincia è del tutto fuori luogo, proprio se la si analizza alla luce dell’interesse primario della Giustizia, al di là dei campanilismi e dei particolarismi. Peraltro, giusto nelle settimane scorse è stata nuovamente sostenuta da un magistrato certamente tra i più attenti e preparati, Piercamillo Davigo, e in una trasmissione televisiva di grandissima diffusione, come “Annozero”. Se si vuole, da un lato, eliminare una ventina di tribunali in città che non sono capoluogo di provincia (con un “risparmio” di una sessantina di giudici, i quali, a loro volta, dovrebbero pur sempre trascinare i processi del loro ruolo nelle nuove sedi…), dall’altro lato si lasciano nella loro assoluta disfunzionalità situazioni come quelle di tribunali a distanza di venti chilometri l’uno dall’altro (Chieti e Pescara, ma anche altri caso cospicui come Prato e Firenze e molti altri ancora, per non parlare di tutti i piccoli tribunali disseminati in Piemonte) solo perché si trovano in città capoluogo di provincia, oppure tribunali come L’Aquila, che forse non arriva alla metà del ruolo penale di Avezzano, solo perché  non si può fare a meno di tenere un tribunale dove c’è una sede della Corte d’Appello; o, ancora, come Isernia, che di certo non rientra nella ipotesi di ideale composizione numerica di un tribunale (venti giudici) e forse neppure in quella minima (15), ma che riposa sul fatto di trovarsi in un capoluogo di provincia (Isernia lo è diventata perché non si poteva costituire una regione con un solo capoluogo, Campobasso). Allora non è vero che si considera il servizio nelle sue esigenze di funzionalità, ma si adattano queste a una geografia che pare non si possa mettere in discussione. Si bruciano risorse sotto il dichiarato impegno di eliminare gli sprechi.

Non è  il percorso per assicurare celerità al processo e funzionalità alla Giustizia, come a suo tempo (dieci anni fa) non lo era la soppressione delle Preture (altro tema intorno al quale si caratterizzò un certo riformismo dogmatico). Il contesto sociale attuale presenta una ottima occasione per riflettere ed operare tenendo conto delle vere esigenze della giustizia e del territorio: si parla, infatti, di soppressione delle province e, anzi, su questo tema si sono trovate sorprendentemente concordi  maggioranza e opposizione nell’ultima campagna elettorale. Sarà il caso, allora di svincolare la collocazione dei tribunali dai capoluoghi, nel senso che non necessariamente dove c’è un capoluogo di provincia debba esserci anche un tribunale; gli uffici giudiziari, piccoli o grossi che siano, debbono trovarsi dove si svolgono più cause oppure dove l’orografia o altre condizioni del territorio richiedano la presenza di un tribunale. Solo così la geografia giudiziaria potrà essere funzionale, al di là di ogni particolarismo.