QUA NON SI RIFIUTA NIENTE

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Celestino detta la regola (da un affresco della Cappella Caldora nell’Abbazia celestiniana di Sulmona)

Il 4 luglio prossimo, dopo circa otto secoli, un papa celebrerà messa a Sulmona. Il primo e finora ultimo è stato Celestino V, del quale Benedetto XVI celebrerà il centenario della nascita proprio nella visita nella Cattedrale di San Panfilo e con la messa in Piazza Garibaldi. Indicato correntemente come il personaggio cui Dante Alighieri attribuisce il “gran rifiuto”, Pietro Angelerio, l’eremita del Monte Morrone non merita la collocazione nel girone degli Ignavi, perché(nella foto le spoglie di Celestino conservate in teca ed esposte nell’estate scorsa alla Abbazia morronese, prima che proseguissero il viaggio verso le altre diocesi abruzzesi e molisane), come suggerisce la soluzione di questo piccolo “caso” secolare, l’obiettivo del padre della lingua italiana era altri

“Il Conclave a cinque mesi dalla elezione di Pietro del Morrone… sotto la protezione di Carlo II d’Angiò, elesse papa a primo scrutinio il Card. Matteo Rossi Orsini il quale rifiutò la tiara. Andato a vuoto anche il secondo scrutinio, risultò eletto il nome di Bonifacio VIII”. A questa conclusione perveniva Enzo di Poppa Volture, nel suo “Il Padre e i Figli”, Morano Editore, 1970, ripreso da Don Antonino Chiaverini in “I Papi di origine sulmonese ed i vescovi”, edito nel 1978 dal Rotary Club di Sulmona con i tipi della “Moderna” e con la l’”Avvio alla lettura” del Vescovo di Valva e Sulmona, Mons. Francesco Amadio. “Il “gran rifiuto” – riprende l’autore citato dall’Arcidiacono della Cattedrale di Sulmona, il Chiaverini appunto – lo fece il Card. Matteo Rossi Orsini e non il buon Celestino il quale vecchio, stanco, disilluso, sfiduciato di sé e degli altri, aveva rimesso il gran Manto nelle mani del Conclave e non aveva avuto pertanto nessuna responsabilità nella nomina del suo successore”.

Nei suoi interventi, soprattutto nelle conferenze, Don Chiaverini ha sempre sostenuto due importanti argomenti: l’uno strettamente letterale e l’altro latamente politico. Infatti, Dante Alighieri nella “Divina Commedia” non avrebbe mai confuso tra chi opera una rinunzia, come quella di Celestino, che prima assunse la dignità papale e poi tornò al suo eremo, e chi si rende protagonista di un rifiuto, che consiste nel non accettare nemmeno ciò che gli viene offerto. Di certo Dante non sarebbe mai incorso in una imprecisione, tanto meno così importante per la individuazione di una persona della quale non fa il nome. L’altro, forse ancora più robusto sostegno alla tesi che nell’”ombra” Dante non poteva aver riconosciuto Celestino V, viene dalla considerazione che il Cardinale Rossi Orsini faceva parte di una famiglia ancora potente e per questo, probabilmente, l’autore della “Divina Commedia” si astenne dal farne il nome.

Don Chiaverini, nella sua lunga esistenza, vissuta fino agli ultimi giorni in perfetto vigore intellettuale, ha elaborato vari studi ed ha indagato su molti aspetti della vita religiosa e sociale di Sulmona. Nella sua infaticabile azione divulgativa, ha avvicinato molti giovani senza mai presentarsi con gli strumenti del dogma: piuttosto ha privilegiato quelli della cultura e della garbata e paziente riflessione. Ha amato molto la sua città di elezione (era nato a Palena), come traspare in molti suoi scritti ed anche in questo lavoro sui Papi di origine sulmonese. Sua è la descrizione della Sulmona che accolse Celestino (pag. 63): “Qui egli trascorse gli anni più ricchi di ascetismo religioso; qui istituì quell’Ordine meraviglioso che, dal nome pontificio che egli assunse, venne chiamato dei Celestini; qui fu edificata la sede centrale che, come casa paterna, diffuse le sue ali secondo l’immagine evangelica, per tutto il mondo medievale; qui ancora per i numerosi miracoli fu scritta la commovente e sconcertante lettera ai Cardinali riuniti a Perugia per l’elezione del Pontefice che da circa due anni la Cristianità attendeva; qui venne la commissione incaricata dal Conclave per annunziargli la nomina a Pontefice. Qui ancora ritornava, dopo l’eccezionale rinunzia al Papato, e si conservano i documenti salvati dalla legge napoleonica, e – cosa non a tutti nota, un frammento del suo cuore in una teca di bronzo dorato. Qui il suo antichissimo eremo che egli appellò “S. Onofrio” perché ne seguì la vita di penitenza e di preghiera per il bene dell’umanità. Vera “Isola Sacra” fu davvero Sulmona con Pietro del Morrone per la risurrezione della Chiesa, assopita dalle controversie cardinalizie, tenuta a bada dalle prepotenze politiche e dall’avidità di antichi Ordini monastici, privi ormai di quello splendore primitivo che aveva fecondato di opere esimie i campi della Chiesa universale”.

Ancora in tema celestiniano è l’ormai introvabile “Processo Testimoniale per la Canonizzazione di Pietro del Morrone” del Chiaverini, Accademia Cateriniana di Cultura, SULMONA, 1983, che raccoglie soprattutto la traduzione delle deposizioni di molti testi, sintesi estrema delle 162 deposizioni che compongono il monumentale documento originale, conservato nell’Archivio della Cattedrale (149 carte pergamenate), che così il Chiaverini descrive: “Il Processo, salvo alcune carte logorate dall’umidità, si presenta piuttosto chiaro nella grafia gotica, con delle glosse di altra mano, rivelatrici “del giudizio che sul miracolo deposto dettero gli Inquisitori (esaminatori), gli Auditores e alle volte anche il Papa. Il Papa era Clemente V (1305-1314) che canonizzò, dopo questo processo, Pietro del Morrone nel 1313, come racconta il Card. Stefaneschi (Opus Metricum, lib. Ii, cfr. Card. Jacopo Stefaneschi, S. Pietro del Morrone) con un sermone alato e una conclusione definitiva: “Il fratello Pietro chiamato del Morrone, secondo l’indicazione della comune voce, può essere elevato oltre le stelle sul Trono dei Santi, questo richiedono i suoi alti meriti; può essere iscritto come degno e giusto nel novero dei Santi e stabiliamo che la Chiesa Universale celebri il giorno della sua morte (19 maggio) ed ogni persona lo consideri giorno festivo di un Confessore”. Quanto alle domande rivolte ai testimoni, erano quattro: 1) se il teste ha conosciuto Fra Pietro del Morrone e come; 2) se ha notizie dirette o indirette dei Monasteri o delle Chiese edificate da Pietro del Morrone o dall’Ordine da lui fondato; 3) se ha notizia di qualche miracolo operato da Pietro del Morrone prima, durante o dopo il suo Pontificato. Perciò il racconto particolareggiato del miracolo, avvenuto e il nome di altre persone oltre che del miracolato, che ebbero immediata conoscenza di esso; 4) se gli consta, come e dove, che intorno alla santità di Pietro del Morrone c’è una pubblica voce o pubblica fama, e su quale aspetto della vita sua questa fama si concentra.

Nel testo del Chiaverini sono riportate molte testimonianze: come quella di Guglielmo di Colle Alto (Campo di Giove), di anni 30, esaminato in Castel di Sangro il 27 maggio 1306 (la canonizzazione è del 1313). Racconta di avere avuto un ginocchio tumefatto “e non poteva più camminare, né i parenti suoi lo consigliarono di un’operazione chirurgica. Ma una notte ebbe un sogno: una donna gli diceva: “Alzati e va da Pietro del Morrone ed egli ti guarirà”. Dopo avere descritta questa visione ai suoi parenti e da questi su di un mulo portato a S. Spirito di Maiella, vide Pietro del Morrone che celebrava. Pietro del Morrone lo benedisse e dandogli alcune ostie con pezzettini di pane, gli ingiunse di mangiarli per nove giorni di seguito. Così fece e fu libero e quasi completamente. Era ritornato a casa senza alcun bisogno né di mulo né di altro aiuto”. Ci sono tracce di dedizione da parte di persone dei più diversi strati sociali : “Agostina, moglie di Giovanni da Sulmona, di anni 40, afferma di avere conosciuto Fra Pietro da 20 anni, quando dimorava in preghiera e mortificazione nei suoi eremi e di avere visto Granata, moglie del giudice Leonardo, guarita della sua contrazione nervosa e la signora Antonia de “Pratulis” liberata da una ossessione da Fra Pietro prima del suo Papato”.

Convinto della opzione filologica si dichiara il Vescovo di oggi della Diocesi di Sulmona, Mons. Angelo Spina, che ha insistito particolarmente presso padre George Ratzinger perché convincesse il Papa a fare visita a Sulmona il 4 luglio, in onore di Celestino: “Personalmente ritengo, con tanti altri, che Dante, fine cultore della lingua italiana, ben conosceva il significato dei termini “rifiuto” e “rinuncia” e quindi non poteva riferirsi  a Celestino che non rifiutò il Pontificato, ma semplicemente vi rinunciò. La differenza non è cosa da poco” annota in “Riflessioni su S. Pietro Celestino”, QualeVita, 2009, pag. 50, ove riporta anche alcuni passaggi del primo discorso da papa, che sono, a ben guardare, l’argomento più cospicuo per ritenere che, sebbene gravato dagli anni e dal peso di un papato così difficile, Pietro Angelerio non avrebbe giammai rinunciato a svolgere il suo servizio per la Chiesa: “E benché una mole di così grande peso fosse insopportabile alle nostre spalle (poiché posti in umile stato e educati alla solitudine dell’eremo da molto tempo, e deposto ogni cura di cose terrene, avevamo scelto di essere solitari sconosciuti nella Casa del Signore)considerando tuttavia che una troppo lunga tardanza nella sostituzione del Pastore portava pericoloso nocumento e alla chiesa e al Gregge del Signore, per non sembrare che resistessimo alla divina chiamata, finalmente, confidando in Colui che trasforma in forte il debole, che dona l’eloquenza ai balbuzienti, che viene benignamente in soccorso di quelli che lo temono ed invocano il suo nome, che guida meravigliosamente per le sue vie i passi degli uomini, né lascia mai privi di consiglio quelli che sperano  in Lui e dal quale fedelmente supponiamo e umilmente crediamo che derivi questa nostra Chiamata, Ci assumiamo  il peso impostoci e riponiamo tutta la nostra imperfezione nelle mani della Divina Misericordia, sperando che essa più benignamente  diriga i nostri atti secondo il suo beneplacito e non voglia lasciare senza aiuto tra i flutti Noi inesperti e deboli posti in così alto mare”.

Sebbene leggano modestia e preoccupazione di non essere all’altezza del compito, non c’è possibilità alcuna di interpretare i segni di un animo incerto, come del resto non incerta era stata la vita di Pietro. Come a dire: “Qui non si rifiuta niente”. Poi venne l’esperienza di quel pontificato: ma è storia successiva.

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