L’AVVENTURA DI UN POVERO SOLDATO

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10 GENNAIO 2010 – Georg Ratzinger, sacerdote, è tornato a Sulmona dopo esservi stato alcune ore durante la Seconda Guerra Mondiale.

Voleva rivedere “quella bella città” e voleva fare visita ai luoghi celestiniani. Ha incontrato il Vescovo di Sulmona, Mons. Angelo Spina, e insieme hanno pensato a portare, in questi stessi luoghi, il Papa Benedetto XVI, fratello di Padre Georg.

Attraversare una terra sconosciuta, ostile e fino a qualche ora prima alleata; accompagnarsi a soldati che vestono la stessa divisa ed hanno la stessa paura per il giorno successivo; sentire che alcuni di quegli stessi commilitoni hanno eseguito ordini mostruosi e forse ancora dovranno eseguirne, sulla popolazione inerme, in una guerra che aveva trasformato i guerrieri teutonici in macellai seriali (per precisa scelta delle gerarchie); questo può essere già un martirio per un cristiano. Che egli scampi o non al massacro, ne avrà per sempre trasfigurati i propri caratteri, il proprio riconoscersi in se stesso, ammesso che riesca a riconoscersi più in se stesso. Non serve, infatti, al cristiano, consolarsi che gli atti di guerra sui bambini e sulle donne siano stati prodotti dalla vigliacca iniziativa di chi ha compiuto attentati e si è nascosto conoscendo le leggi internazionali della rappresaglia; non serve al cristiano sperare in un ritorno a casa, comunque avvenga, perché il cristiano vero non mette al primo posto l’aspirazione a salvare la vita.

Per questo, attraversare una terra così non deve essere stato un ricordo da conservare per un uomo di buona volontà. Anche questa deve essere stata una “avventura di un povero cristiano”, nel tempo insulso della leva obbligatoria, quando non si ha scelta se partecipare o non al genocidio.

Ma avere il coraggio di tornare e di rivedere quei luoghi vuol dire aver parlato a lungo con la propria anima; ed è un percorso che a tutti i soldati dovrebbe essere consentito, per mettere un fiore su una tomba o soltanto per guardare in silenzio le stesse montagne.

Sin da giovani, abbiamo sempre apprezzato come esempio di civiltà quel monumento funebre a tutti i soldati dell’impero austro-ungarico che sorge al centro del cimitero di Sulmona (nella foto del titolo), nel posto più suggestivo, in mezzo a un campo di croci semplici e di ferro, di italiani, in buona parte anonime, segnate solo da un numero a smalto. Nomi indecifrabili (tranne qualcuno) sulla stele, quelli dei “nemici” morti per lo più nel campo di prigionia di Fonte d’Amore, dove ancora si ergono i pozzi artesiani costruiti per la necessità e con la disperazione nel cuore. Se la civiltà di un popolo si riconosce dal culto che ha dei propri defunti, molto più civile è il popolo che onora i morti del nemico.

Ma non abbiamo mai capito perché di un semplice segno non dovevano essere gratificati i molti soldati delle stesse terre che hanno ricevuto gli stessi ordini, quelli necessitati dalla ottusità della guerra e incrementati, quanto a crudeltà, dalla sciaguratezza proditoria di atti di guerriglia scoordinata e inane, soprattutto scissa da responsabilità.  E in verità, per dirla tutta, se un tedesco si fosse avventurato a cercare il luogo dove fosse passato con il fucile imbracciato o dove si fosse ancora trovato il sangue del padre, morto in divisa, avrebbe destato quella attenta vigilanza dei “guardiani della memoria”, come li chiama Giampaolo Pansa. Da cronisti degli anni Settanta e di dopo, non abbiamo mai sentito che si fosse potuto dir messa per chi è morto obbedendo “ma con la divisa di un altro colore”. Ora che si possa recare all’eremo di Celestino un “povero cristiano” di un esercito vinto e disfatto è un buon segno, anche se arriva quando sono incanutiti anche quelli di due generazioni successive ai guerrieri di allora e anche se a fare da battipista si è dovuto presentare un fratello di papa.

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