Gli industriali chiedono la macro-regione del Sud

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19 FEBBRAIO 2012 – Il I° marzo otto presidenti regionali della Confindustria si incontreranno per parlare e forse per dare attuazione alla “macroregione del Sud”, cioè ad un aggregato di funzionari regionali, tecnici dell’impresa e consulenti o rappresentanti della Comunità Europea.

Lo hanno detto gli stessi rappresentanti

della Confindustria in Abruzzo durante la 5^ Convention delle imprese, che si è svolta a Pescara.

Un primo dato certo che emerge da questa iniziativa è l’acclarato fallimento delle Regioni come enti di autonomia e di gestione degli strumenti di crescita sociale. Nate per rispettare le differenze e incentivare i fattori di sviluppo che le singole realtà potevano contenere, si sono ridotte ad una duplicazione degli ambiti rappresentativi rispetto al Parlamento e ad una moltiplicazione dei costi. E’ noto adesso agli industriali che le dimensioni di alcune regioni, troppo diverse da altre e, quindi, del tutto disomogenee, sono il principale motivo di disfatta del progetto autonomistico, sia pure nella forma ridotta delineata dalla Costituzione rispetto al vero e proprio separatismo voluto da realtà del Nord Italia.

Un secondo dato certo che traspare dall’idea della Confindustria è, invece, la peculiarità del contesto meridionale, assunto nel suo insieme, che potrebbe spingere ed incentivare una crescita collettiva e porsi, finalmente, in diretto colloquio con la Comunità europea, come altre aree dell’Europa. Significa riconoscere che dopo 150 anni il Sud è ancora una grande realtà bisognosa di grandi politici, o almeno di grandi amministratori? Può darsi:  a giudicare dall’ansia di costituire una grande banca del Sud (pure essa nata come idea risolutiva e poi ridimensionata di molto) sembrerebbe di sì. Ora la macro-regione voluta da Confindustria (che nei suoi desideri trova orecchie attente a Palazzo Chigi) può rappresentare un metodo onesto per riconoscere che, più che di ingegneria costituzionale per assecondare gli autonomismi, l’Italia ha bisogno di ripercorrere e correggere le tappe di un regionalismo testardo, fatto per ricalcare gli egoismi centenari e promulgato con l’illusione che, tanto, non sarebbe stato attuato subito.

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