RIDARE DIGNITA’ AL SUD PER RINFORZARE L’ITALIA: IL LIBRO DI PINO APRILE

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19 FEBBRAIO 2012 – Nel suo “Giù al Sud”, Pino Aprile annota tutte le reazioni provocate dal precedente “Terroni”. E dispensa repliche a tutti quelli che, ancora e nonostante tutto, accusano il Sud di essere la causa dei suoi mali. Se è inevitabile che a un libro di grande successo faccia seguito una estensione, un riprovarci, occorre riconoscere che Pino Aprile, con uno stile parlato e immediato, si esclude subito da quelli che potrebbero portare ad una rinascita del Sud sotto il profilo politico. Dice che la sua prosa è servita solo a riferire quello che già si sapeva e che era tenuto nascosto nei libri di scuola: egli, testualmente, dice di aver acceso la luce su una stanza nella quale le cose stavano già come adesso stanno e fanno scandalo. Scava nella sua estrazione di giornalista per ricondursi ad un ruolo di mera maieutica del sentimento nazionale visto dal Sud: non dell’autonomismo, si badi bene, ma dell’essere Italiani senza distinzioni di blasone. Semmai, giustifica con le provocazioni leghiste (e ad esse addebita il casus belli) le tracce della battaglia tra le due antiche realtà dell’Italia, quella che ricalca il grande regno “duosiciliano” (così, ancora testualmente nella sua analisi) e quella che accorpa la serie di stati e staterelli che rappresentavano tutto quello che non era Sud.

In effetti,  tutte le stragi compiute nella guerra di annessione al Piemonte erano note già 140 anni fa, quando la inchiesta parlamentare dovette prendere atto di quelli che non furono solo eccessi, ma articolate strategie per terrorizzare la gente che non voleva sottostare al colonialismo e che non avrebbe voluto emigrare, preferendo tenersi il più grande polo industriale d’Italia (che non stava al Nord) e l’agricoltura (che non era arretrata come quella veneta o quella stessa piemontese). Si sapeva di Pontelandolfo e di molti altri paesi distrutti dai bersaglieri e delle donne alle quali furono tagliate le mani che graffiarono la faccia dei bersaglieri che volevano violentarle. Ma a saperlo erano ristrettissime minoranze, soprattutto tra gli storici, mai tanto coraggiose nel dirlo per fare in modo che, come afferma Giampaolo Pansa nell’ultimo dei suoi libri sulla strage dei fascisti a guerra conclusa, finalmente i morti ammazzati nelle esecuzioni-assassinii  possano riposare in pace e ogni Italiano possa recarsi consapevolmente in una contrada dove sono dispersi i resti dei tanti “briganti” e sapere che i plebisciti della annessione furono solo una messa in scena. Solo così può nascere una vera identità nazionale, che non si nutra della ipocrisia.

Lo stacco che differenzia il libro di Aprile dalle lamentazioni dei gruppi più o meno illuminati riuniti sotto le insegne borboniche per rivendicare i primati di Ferdinando e dello stesso Francesco ultimo Re di Napoli, è tutto nell’evocare ancora una Italianità che non si attarda nello spirito di vendetta: ma che assorbe traumi e tragedie e mistificazioni statistiche dopo averle conosciute, dopo aver acceso la luce sui fatti mistificati. L’auspicio è per uno spirito italiano che sia più consapevole di quanto si può fare senza imbrogliare ancora sulla ripartizione dei finanziamenti e con il sistema degli studi economici truccati. Che dire del fatto che nel Sud è sempre stata inglobata una regione come la Sardegna, tra le più povere e arretrate d’Italia ai tempi dei Savoia e improvvisamente regalata, con le sue miserie, alla “gemella” Sicilia in modo da salvare il Piemonte dalla media delle arretratezze? Fatti di 150 anni fa? No: fatti anche di adesso.

Sarà questo un modo per riconoscere che l’Abruzzo aveva il suo orgoglio di grande regione del Regno? Che a Sulmona aveva sede uno dei principali enti di assistenza del Regno, come la Casa Santa dell’Annunziata e che il metodo e il rigore degli amministratori e dei medici poteva essere una ricchezza?

Sì, visto che forse il sentirsi sempre in debito nei confronti dell’Italia sgobbona e produttiva delle statistiche truccate ha finito per inculcare, nella mentalità dei meridionali e degli abruzzesi in particolare, il tarlo dell’assistenzialismo, del vivere di vita riflessa: nel caso specifico di Sulmona, dell’attendere sempre e soltanto l’intervento dello Stato come una elemosina e non come un diritto dal quale si può partire per essere autonomi e coltivare una propria dignità, come fanno al Nord dividendosi anche i finanziamenti statali che il Sud non sa gestire.

Insomma, per dirla in termini politici, si dovrà riscoprire la dignità di non votare il politico che è intervenuto per ottenere un impiego pubblico o che dice di aver conservato una fabbrica o un ufficio o una caserma, perchè già questo vuol dire accettare la condizione di minorità rispetto all’efficientismo di facciata del Nord.

Nella foto del titolo un fregio della Fontana del Vecchio (detta Il Vaschione) collocata lungo la via principale di Sulmona ai tempi di Ferrante di Aragona