I TANTI FERRAGOSTO DELL’OPPOSIZIONE

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SINDACI, STAMPA E MINORANZA: RANALLI IL PIU’ FORTUNATO

15 AGOSTO 2013 – La fortuna di un sindaco dipende anche dall’opposizione che si trova davanti.

Se dalla minoranza vengono buffetti anziché colpi di clava, un sindaco può fare quello che vuole e non chiedere permesso, né implorare scuse. Può anche durare tutta una “consiliatura”, cioè cinque anni continuando a dire quello che farà e magari ipotecando i cinque anni successivi.

Autiero e l’esilio di Di Bartolomeo a Costanza

Paolo Di Bartolomeo aveva un Partito Comunista guidato da un tribuno come Carlo Autiero, intelligenza acuta e spirito combattivo, ma disorganico e soprattutto impaziente davanti alle ansie di rinnovamento dei giovani, quindi impulsivamente portato ad abbandonare le battaglie sul punto più bello; di conseguenza, la vera opposizione il centro-sinistra di Di Bartolomeo doveva coltivarla (e blandirla, e soddisfarla) nel suo stesso ambito, cioè doveva vedersela con i socialisti, ingordi e insaziabili, capricciosi e capaci di far mancare il sostegno pure sul Piano Regolatore. Di Bartolomeo se ne fece una ragione e preferì prendersi soddisfazioni più evanescenti, come la coltivazione dei rapporti con Costanza nel nome di Ovidio, diventando quasi il primo cittadino dell’antica Tomi, visto che il sindaco di là, Nicolae Petru, era deputato e non aveva molta voglia di amministrare de minimis. Antonio Trotta passò un brutto quinquennio con l’opposizione incalzante, tecnica, culturale, sistematica di Giuseppe Bolino, che lo sconfiggeva sul piano della logica e della coerenza ogni volta che il Consiglio doveva riunirsi (e il sindaco avrebbe fatto volentieri a meno di convocarlo).

Bolino che faceva trottare il sindaco

Per questo ricorse continuamente ai transfughi della opposizione non democristiana, allargando improvvisamente la base di quelli che gli facevano passare il bilancio, ma anche la variante al PRG, non sappiamo ancora con quale contropartita (fatto sta che quei transfughi sono scomparsi alle elezioni successive, segno che erano stati soddisfatti). Franco La Civita si scoprì meno gaspariano dei gaspariani che stavano nel PCI e il gioco fu presto fatto: la DC del periodo finale ebbe un sostegno inconfessato dal PCI del periodo finale, tanto che fece digerire alla cittadinanza la scempiaggine prettamente gaspariana che “in Italia non si faranno altre province” quando il disegno di legge per Sulmona era in dirittura di arrivo, ben prima che altre quindici città diventassero capoluogo di provincia (e lo sono ancora e hanno salvato i loro tribunali solo per questo).

Fabio Federico ha avuto una opposizione fegatosa, basata sulla esigenza di vendetta sul piano personale, strillata più sulla stampa che nel mare aperto dell’aula di Palazzo San Francesco; fondata più sull’imboscata che sulle mozioni di sfiducia (queste erano delle contorsioni che non reggevano alla verifica della lingua italiana, prima che della sostanza politica). Neanche si poteva dire che, ad averlo saputo prima, si sarebbe evitato tante critiche sul web se solo avesse concesso il Cinema Pacifico a chi lo pretendeva come cosa personale; dato il tipo che era, non lo avrebbe concesso lo stesso e almeno questa è stata una garanzia. Anche per lui è valsa la regola di Paolo Di Bartolomeo, che cioè l’opposizione è venuta sempre dall’interno della coalizione e quando gli abbiamo suggerito di riallacciare i rapporti con Costanza nel nome di Ovidio (consolandosi al modo del predecessore, che poi era un bel modo) ci ha risposto che non in cassa non c’era una lira.

Peppino o del “fair-play”

Peppino Ranalli ha il suo vero jolly nell’opposizione. Dopo tre mesi dalle elezioni non ha ancora formato una giunta (quella con le deleghe essenziali); e nessuno glielo dice. Per di più, a quelli che si chiedono quando lo farà, ha già risposto che non lo farà mai, perchè le deleghe alla Cultura, all’Urbanistica, etc, non le darà e formerà, invece, un gabinetto del sindaco, fatto da esperti che collaboreranno con lui che si terrà le deleghe. Intanto il gabinetto non lo forma e ieri si è saputo che per farlo aspetterà la riorganizzazione degli uffici comunali: un po’ come dire che per rifare i “cordoni” in piazza bisogna aspettare che si consumino quelli che ci stanno da tre secoli; si fa meglio a dire che non verranno mai cambiati perchè stanno bene dove stanno. Una associazione giovanile cittadina, CasaPound, ha sottolineato come una delle più riuscite “notti bianche” della regione, quella di Sulmona, dopo due edizioni alla grande non verrà riproposta: non hanno risposto né il sindaco, né il presidente del Consiglio comunale. Questi, per il fenomeno dei vasi comunicanti, svolge supplenza di Ranalli sulle cose più spinose: arriva tardi alle serate di gala e rischia l’incidente diplomatico; dice che la Giostra è troppo ludica e centra proprio l’aspetto meno evidente di uno spettacolo utile al turismo ma distante anni luce dalla ludopatia; aggiunge che i programmi della cultura voleranno alto rispetto al recente e remoto passato. Poi, quando per quello che dice si prende le critiche che spettano a chi sostiene una tesi, trova il sindaco che lo tutela nella sua funzione di “garante istituzionale”, uomo super partes. E la stampa degli esclusi dal “Pacifico” non dice niente sul punto.

Invece di creargli un imbarazzo su questa macroscopica violazione dell’essenza stessa del concetto di partecipazione alla gestione della cosa pubblica, su questa anticipazione di una riforma che mette il sindaco al centro di tutto, tutto trattenendo per sé, Luigi La Civita (che dovrebbe sostenere l’opposizione se non altro perchè al ballottaggio è stato, come dicono a Roma, “corcato”) lo incalza affinchè riferisca sull’esito dell’incontro avuto con Nitto Palma sul tribunale (a proposito, pare che l’incontro dovesse passare in gran segreto perchè facente parte di una strategia per salvare di nascosto il tribunale all’insaputa degli altri tribunali da salvare, tanto segreto che non è stata neppure invitata la senatrice che fa parte del comitato eletto meno di due mesi fa, Stefania Pezzopane; e tanto segreto che porterà alla salvezza segreta del tribunale, cioè a quella che non saprà nessuno, a fronte di una legge palese che lo scardinerà tra due anni).

Ma alla fine ci sarà il gusto per la politica?

Insomma, con una opposizione così il sindaco può anche evitare di sbagliare, perchè può evitare di fare qualunque cosa: conferma la ordinanza anti-movida (per la quale un gruppo di rissosi, tra i quali anche una assessore provinciale severamente ripresa dal direttore del Centro il giorno dopo in un editoriale, a momenti prelevava nottetempo Fabio Federico da casa sua e lo bruciava in piazza Capograssi) e ottiene una garbata e sconclusionata lettera sul “Centro” che lo incita ad andare avanti, oppure una rispostina che vuol parere arguta sul web e che viene ripresa dalla stampa feroce per dire che sono cambiati i rapporti tra sindaco e città, cosicchè il sindaco, con fair-play, scherza ed apprezza invece di imbufalirsi come quel fascista di Federico.

Lungi da noi l’intento di fare i guastafeste: solo qualche perplessità ci avvolge. Ma ci sarà mai un surrogato di opposizione? ci sarà mai una penna che non sia guidata dal timor reverentialis? Ci sarà mai gusto di partecipare alla cosa pubblica?

Nella foto del titolo: l’ex sindaco Lando Sciuba nel caldo Ferragosto del Corso

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