IL BRANO DEl ROMANZO DI VINTILA HORIA

404

DALL’ESILIO PUO’ NASCERE DIO

10 FEBBRAIO 2010 – Nella pagina centrale del primo numero del “Vaschione” abbiamo proposto un brano tratto da un romanzo su Publio Ovidio Nasone, una autobiografia apocrifa che prendeva l’avvìo dalle campagne di Sulmona: il futuro poeta, appena più che adolescente, intesseva uno scambio di battute con il fratello. Questi usciva frastornato dalla sicurezza ostentata da Ovidio sui temi dello spirito e sulle descrizioni degli dei e delle loro trasgressioni. Nella autobiografia immaginaria il poeta riparlerà di quel pomeriggio, ma dalle gelide terre della Romania, dove si troverà in esilio e dove morirà. Il suo lungo tragitto religioso si completerà solo allora, quando comincerà a credere in un solo dio, favorito in questo dalla lunga riflessione dell’esilio, dal superamento del lutto provocato dalla perdita della sua vita di Roma: “Dio è nato in esilio” è, appunto, il titolo del romanzo dal quale abbiamo ripreso una pagina soltanto. Vintila Horia ne è l’autore: un grande letterato romeno che attraverso l’esilio si è avvicinato ai temi dello spirito, scrivendo, tra l’altro, un’altra autobiografia immaginaria: “La settima lettera”, che narra della vicenda umana di Platone e dei suoi tre tentativi di edificare la città ideale nei pressi di Siracusa.

Horia subì due ideologie totalitarie, che lo costrinsero all’esilio: quella nazista e, subito dopo la seconda guerra mondiale, quella comunista. Da entrambe riuscì a fuggire attraverso l’esilio, appunto. La seconda fuga lo tenne a Parigi, dove scrisse “Dio è nato in esilio” in francese e dove fu premiato con il “Goncourt”; il giorno dell’assegnazione del premio l’addetto culturale dell’ambascia romena  insistette molto per farsi fotografare con l’autore del libro, ottenendo solo rifiuti. Daniel Rops, nella prefazione alla edizione di Fègola per la serie “La torre d’avorio” del 1979, descrive l’accostamento di Vintila Horia ad Ovidio nelle celebrazioni che si svolsero a Sulmona e a Roma: “Nel 1958 fece un incontro, un incontro dello spirito. Si celebrava in quell’anno il bi millenario di Ovidio. Egli riprese le opere del poeta, più o meno dimenticate dopo la licenza liceale. Fu una rivelazione. Anche lui, Ovidio, era stato in esilio. E v’era di più: era morto in Romania… Tra lo scrittore latino del primo secolo e lo scrittore romeno del XX secolo, si stabilì un legame, una specie di vincolo soprannaturale che procedeva da una misteriosa somiglianza. Attraverso Ovidio, le sue Tristia, le sue Pontica, Vintila Horia si riconosceva. Presto, all’esiliato di Madrid, si impose l’idea di narrare, identificandosi col suo modello, la sua personale esperienza. Così nacque questo grande libro: Dio è nato in esilio”. Ne emerge, anche attraverso la scelta di alcune profonde immagini focalizzate nelle “lettere dal Ponto” e nelle “tristezze” dall’Ovidio “vero”, un uomo che trova un’altra vita, dopo il lavacro del dolore immenso : “Solo le lacrime mi confortano; mi sgorgano dagli occhi, più frettolose delle acque sotto la neve della primavera, quando io penso a Roma, alla mia casa, ai luoghi che mi erano cari, a tutto quanto rimane di me stesso in quella patria che ho perduto”. In questo diario immaginario, osserva Rops, egli annota i suoi ultimi amori e anche gli avvenimenti grandi e piccoli ai quali assiste; l’assedio dei Daci affamati alla città, l’avventura senza precedenti dei soldati romani che disertano per stabilirsi nella Dacia, l’invasione dei Sarmati. Fino, poi, all’incontro con la religione del dio unico dei Geti, dapprima presa con ironia : “Se il cielo è vuoto come penso, questo Dio deve essere piccolissimo e solo in mezzo a un silenzio e a un deserto insopportabili” e poi necessario riferimento della domanda ossessiva sulla ingiustizia dell’esilio : “E se le sue sofferenze, il suo esilio fossero stati voluti da una potenza divina che avesse deciso di costringerlo a innalzarsi al di sopra di se stesso ?”.

Una verità Ovidio l’aveva scritta, nei tempi del suo splendore : “Peligne dicar gloria gentis ego”, sarò chiamato gloria dei peligni, come è scolpito alla base del suo monumento del Ferrari in Piazza XX Settembre a Sulmona. Cosa avrà aggiunto nella lontanissima Tomi poco prima di chiudere, nel 17 d.c., a sessanta anni, la sua vita ?