Il “DISCORSO DI SCANNO” DI PAOLO BORSELLINO APPENA ELETTO PER MAGISTRATURA INDIPENDENTE

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LUCIDE ANALISI AL TERMINE DEL CONGRESSO IL 14 APRILE 1991: GLI EFFETTI DEL NUOVO CODICE DI PROCEDURA PENALE, LA PAX MAFIOSA CHE FACEVA PRESAGIRE LE TRAGEDIE DI TRENTA ANNI FA, IL COLLEGAMENTO SPIRITUALE INDISSOLUBILE CON GIOVANNI FALCONE

19 OTTOBRE 2022 – Possono essere inquadrate in un “discorso di Scanno” le linee fondanti dell’impegno di Paolo Borsellino nel difficile ruolo di Procuratore della Repubblica a Marsala esattamente quindici mesi prima di essere ucciso a Via D’Amelio a Palermo. Il giudice è appena stato eletto, a Scanno, presidente del Consiglio nazionale di “Magistratura Indipendente” il 14 aprile del 1991 e, nel suo stile, non usa mezzi termini per descrivere la reale situazione della lotta alla mafia, al di là dei “rassicuranti” dati sulla diminuzione dei fatti di sangue ascrivibile alla lotta tra cosche e delle cosche contro parti della Stato. Borsellino, come informava una nota dell’Ansa proprio nel giorno del congresso di Scanno “ha risposto all’allarme lanciato di recente dal giudice Giovanni Falcone sostenendo l’esistenza “di una situazione di fermento nella Sicilia orientale e in alcune zone periferiche della Sicilia occidentale, sintomatica di una crisi dovuta a crescita ed espansione del fenomeno mafioso e di un riassestamento degli equilibri interni””. Quanto  proprio alle aree urbane della Sicilia occidentale “si può parlare di “pax mafiosa”, nel senso che quando ci sono pochi crimini eclatanti vuol dire che la mafia opera indisturbata e senza temere contrasti”.

Vengono i brividi nel pensare come il monitoraggio delle imprese mafiose, svolto nel suo ruolo di primo magistrato inquirente in una zona a confine con la Palermo dove avrebbe perso la vita di lì ad un anno, abbia accompagnato l’ultimo periodo della giovane vita di Paolo Borsellino, a due passi da quella Camosciara ove si era recato con il figlio Manfredi, la figlia Lucia e il cugino Bruno Lepanto, segretario comunale ad Alfedena, nel 1977 (nella foto del titolo), quando divertiva Lucia a provocare l’eco nella valle e mostrava a lei e a Manfredi i lupi nel recinto di Civitella Alfedena.

Paolo Borsellino, appena eletto alla presidenza del consiglio nazionale di Magistratura Indipendente, parlava anche di “intoppi del sistema giudiziario” e faceva un primo bilancio della riforma della procedura penale entrata in vigore un anno e mezzo prima, nell’ottobre del 1989: “Con il nuovo codice di procedura penale non è difficile condurre indagini preliminari, ma diventa quasi impossibile trasformare i risultati investigativi in prove che abbiano il loro peso in dibattimento”. Un ripensamento rispetto a quello che l’ufficio istruzione aveva potuto ottenere con il vecchio codice, che portò all’imponente risultato del maxi-processo proprio per i meriti di Borsellino e Falcone? Adesso non è facile dirlo, cercando conferme nelle norme, che da quel 1991 sono state profondamente modificate per gli interventi delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale.

Ma l’esame del Borsellino studioso e interprete delle nuove norme, è, ancora come sempre, lucido nella stessa giornata scannese: “Esistono difficoltà drammatiche che ho personalmente vissuto dopo l’entrata in vigore del nuovo codice derivate soprattutto dal cambiamento degli ordinamenti giudiziari”. “in realtà provinciali – ha poi aggiunto – come quella dove opera la procura della Repubblica di Marsala, gli uffici di pubblico ministero sono stati sottoposti a carichi di lavoro inumani, dovendo esaminare anche piccoli reati dei quali si occupavano in precedenza i pretori, con il risultato di distogliere gran parte dell’energia dai gravi reati legati alla criminalità organizzata”.

Dopo oltre trenta anni, è significativo riscontrare come fosse presente, nel pensiero di Paolo Borsellino qualche minuto dopo la sua elezione, il collegamento con Giovanni Falcone, quasi ormai fossero diventati gemelli di elezione, due voci e due esempi che non hanno cessato fino all’ultimo respiro di Falcone tra le braccia di Borsellino, di esistere l’uno accanto all’altro, forse l’uno per l’altro, al punto che Borsellino ha vissuto gli ultimi due mesi nell’attesa della morte che era stata decisa per lui. E’ un Borsellino ancora visibilmente animato da un ottimismo nella possibilità di correggere le istituzioni (e le norme che dalle istituzioni venivano emanate) nel supremo interesse dell’Italia, illuminato dalla sua concezione dell’etica, religiosa e civica, sempre nel dolore di non poter vedere il riscatto di “una terra bellissima” come quella del Sud, della sua Sicilia.E’ un Borsellino, quello delle dichiarazioni rese a Scanno, che non ha ancora incontrato il tradimento delle istituzioni, raccontato da lui stesso anche dopo il suo ultimo viaggio a Roma; gridato nell’ufficio del Procuratore della Repubblica di Palermo per non essere stato informato che l’esplosivo per un attentato (il suo, lo aveva capito) era arrivato a Palermo. E’ stato il Borsellino che ha potuto ammirare il verde delle montagne del Parco Nazionale per respirare un’aria pulita, perchè “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.