Ogni città ha la sua epoca e nessuna vive per due volte da dominatrice: non c’è esempio nella Storia di luoghi che abbiano avuto rivincite, una volta decaduti. Se questo è vero, occorre convincersi che le fortune delle città sono legate alla coincidenza di un fattore ambientale e di uno cronologico-sociale: la loro congiunzione, talvolta, può mancare per sempre, come quella di astri che si rincorrono inutilmente per una eternità (nella foto del titolo una venditrice di verdure a Piazza Garibaldi, già Piazza Maggiore).
L’interessante studio del Dott. Achille Splendore ci illustra con grande chiarezza che quella certa Sulmona, che solo in parte viviamo attraverso i pochi monumenti lasciatici dai terremoti, è stata la città più importante d’Abruzzo perchè si trovava nel punto giusto quando i traffici erano sì legati ai tragitti per così dire necessitati da ragioni di sicurezza, ma, al tempo stesso, dovevano poter contare su tappe e sequenze che imponevano ai commercianti la costituzione di filiali e rappresentanze sulla “via della lana”, su quella della seta, o, se si vuole, più genericamente sulla “Via degli Abruzzi”.
Per altro verso, il diritto o soltanto le leggi del commercio, in quel XIV secolo, aprivano ai mercanti una nuova era, la cui parabola non si è conclusa con l’abrogazione, nel XIX secolo, del “Codice del commercio” e la cui avventura si è solo trasformata in mille altri istituti, quanti sono quelli che l’esperienza invoca.
Il prezioso contributo di documenti poco noti, oculatamente ricercati e valutati dal Dott. Splendore e per la prima volta trascritti e portati integralmente alle stampe, soprattutto il documento n. 7 inerente la cessione di una schiava, ci mostra in modo assai evidente un qualificato saggio di quegli strumenti di commercio e, al tempo stesso, di consolidamento della prassi commerciale, che potevano esistere solo in una importante “piazza di scambi”.
La struttura delle “lettere di cambio” che dalla Toscana si espandevano su quelle rinnovate vie, a modello delle antiche “consolari”, esigeva che si costituissero diverse, e tutte importanti, piazze; cosicchè si può ravvisare una crescita dell’importanza e della prosperità di Sulmona probabilmente superiore a quella della città di epoca romana. Le attività produttive hanno fatto il resto (come pure l’Autore ci espone in modo appropriato con elementi molteplici, costituenti quasi una statistica moderna) e la Sulmona del Medioevo aveva qualcosa di suo da offrire al capitale, reso mobile dai nuovi strumenti contrattuali e, quindi, ancora più fertile. L’adattamento dei tipi contrattuali alle esigenze dei mercati e, soprattutto, dei mercanti, è la storia delle insofferenze per le frontiere, che in altro modo non sono percepite se non come ostacoli e che in altro non si risolvono se non in meri ritardi nella realizzazione di un mercato comune, già rintracciabile nelle linee di quei traffici in tutta Europa, al di là dell’Altopiano delle Cinque Miglia, o, su altra scala, delle Alpi e della stessa Manica. Certo, il successo di molti strumenti giuridici, compresa proprio la “lettera di cambio”, era conseguente ad un contesto dalle molte frontiere e, quindi, dalle valute che si incrociavano nei commerci: traeva origine, quindi, da quella diversità che doveva sconfiggere.
Ma la forza propulsiva di una unificazione di mercati, insita nel concetto di scambio di merci, non poteva essere repressa né da vie anguste, né da bande di briganti. A coloro che, affetti dalla sindrome della maturazione, novelli Peter Pan, credono che il mercato globale sia esperienza (e dramma) dei giorni nostri, occorrerà ripetere che aveva proprio la fisionomia della unicità il mercato che l’Autore bene ci descrive, per le connessioni con quell’altro “mondo” costituito dalla Toscana (nella foto a sinistra una bottega a Pescocostanzo). A sua volta, la florida Siena, dominatrice per molta parte del mercato della lana e città che sotto molti aspetti ha un destino cronologicamente assimilabile a quello di Sulmona, appariva colonia rispetto alle terre di Champagne o a Londra (Banchieri e mercanti di Siena”, De Luca Editore srl, 1987, pag. 128) delle quali avvertiva le conseguenze di crisi e crescite. Illuminanti sono nel presente studio gli esempi di vitalità della Sulmona che cresceva: il patto confederale con Lanciano, la depressione trasmessa da Firenze, la capacità di adattamento dei mercanti sulmonesi alle regole dello scambio, proprie di realtà diverse. Non per questo si potrà dire che l’essere stata in quel “mercato globalizzante” abbia nuociuto a Sulmona: anzi si è verificato proprio il contrario, se è vero che la città sede del Giustizierato d’Abruzzo ebbe il suo fulgore anche nell’arte e nella letteratura. Gli strumenti del diritto di allora, la collocazione geografica della città e l’operosità della gente che la abitava (certamente più propensa a fare che a distruggere…) hanno costituito la vera risorsa della Sulmona del XIV secolo. Alcune occasioni sono irripetibili, come s’è detto; ma qualche condizione si può riproporre, come quella della ferma volontà civica e della cooperazione con altri centri abruzzesi. L’impegno in questa direzione può essere il programma del futuro immediato, se non proprio verso una nuova supremazia, almeno verso una rinascenza possibile.
V.C.
(presentazione da “Il Commercio tra Sulmona e la Toscana nel XIV secolo ed i suoi atti giuridici”, Achille Splendore, 2002)






