AMBROSOLI – IL DOVERE, QUALUNQUE COSA SUCCEDA

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30 NOVEMBRE 2011 – L’avv. Umberto Ambrosoli, figlio dell’avv. Giorgio Ambrosoli, ucciso nel 1979 a Milano, ha presentato oggi a Pescara, nell’aula “Emilio Alessandrini”, il suo libro “Qualunque cosa succeda” ispirato alla tragedia familiare che si compì quando egli aveva otto anni. L’ultimo dei tre figli dell’”eroe borghese” (come lo ha chiamato Corrado Staiano nel libro a lui dedicato),  ha parlato attraverso una intervista della giornalista Maria Rosaria La Morgia. In aula c’era anche l’avv. Marco Alessandrini.

Nella prefazione del libro, Carlo Azeglio Ciampi scrive : “Ogni pagina trasmette al lettore un’emozione profonda. Questo libro è un atto d’amore per il padre, un attestato di incondizionata ammirazione per il professionista che obbedisce solo alla legge, un tributo all’uomo e al cittadino, esempio altissimo di virtù civili”.

Come si affronta una tragedia annunciata?

Restando saldi; sapendo che i propri principii, le idee che hanno sorretto una scelta, potranno sorreggere la mente e lo spirito anche davanti al pericolo estremo e al sacrificio della morte. Questa saldezza ha guidato l’avv. Giorgio Ambrosoli, che della propria missione terrena è stato lo stratega paziente ed imperturbabile, quello che sapeva già come sarebbe andata a finire; che, quindi, aveva messo in conto la vittoria (materiale, fisica, criminale) di chi avversava le regole morali dopo aver tentato di sconvolgere quelle giuridiche. Ambrosoli, come appare nelle lettere che ha lasciato e nelle testimonianze di chi gli viveva vicino, è stato anche l’osservatore sereno degli avvenimenti che lo avrebbero consegnato al sacrificio senza distoglierlo dai suoi obiettivi.

Si può affrontare la morte sentendo il gelo della solitudine? “La solitudine non vale a farci deflettere” ha detto questa sera l’avv. Umberto Ambrosoli ed ha individuato altri “idola” che non possono distogliere dai veri obiettivi: l’ambizione, la ricchezza. Bisogna saper essere impermeabili a questi richiami, come Ambrosoli, chiamato dalla Banca d’Italia ad un compito enorme, quello di commissario liquidatore della “Banca privata” di Michele Sindona, dal quale non si volle tirare indietro nonostante gli inviti di molti attorno a lui, nonostante sapesse come sarebbe andata a finire e lo avesse scritto in una lettera del 1975, quattro anni prima del suo assassinio.

Vita parallela a quella di Paolo Borsellino ha dovuto percorrere Ambrosoli per lunghi anni, anziché per i pochi mesi consentiti all’altro eroe borghese del panorama giudiziario italiano: impassibili davanti al film della loro morte come solo gli eroi coscienti possono essere.

Profonde erano le radici di Giorgio Ambrosoli; e radicali concezioni della politica intesa come servizio alla collettività condivideva con la moglie. L’uno e l’altra uniti dalla simpatia per l’Unione Monarchica Italiana. Non sarà stato un caso che in quell’area ci fossero, anche negli anni Settanta, personaggi “borghesi” che dei principii facevano il proprio punto d’onore, ma anche l’ispirazione per i comportamenti quotidiani: il saper trovarsi al proprio posto ad assolvere ad un compito per il quale un certo frangente chiama. Non sarà un caso che gli impavidi, come Ambrosoli, come Borsellino, abbiano avuto trasporto per una ispirazione civica che fa della responsabilità personale il primo punto di orgoglio. Si dice che una società può salvarsi se chi deve fare il suo dovere al momento richiesto non fa un passo indietro, costi quel che costi, “qualunque cosa succeda”.

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