CONFERENZA A SAN DOMENICO SULL’ECONOMISTA ABRUZZESE
10 NOVEMBRE 2012 – Si parlerà di un grande abruzzese, Federico Caffè, oggi a cura della “Società filosofica”, nel complesso conventuale di San Domenico, alle ore 16.
Del professore universitario, scomparso il 15 aprile 1987 dalla abitazione nelle quale viveva con il fratello, a Roma, non si è saputo nulla di nulla. Nei giorni successivi per ritrovarlo in ogni angolo della città si attrezzarono i suoi studenti, in uno slancio di filiale attenzione per una figura così carismatica. Proprio un suo allievo, il dott. Giuseppe Amari, terrà la conferenza di domani.
Nato nel 1914, l’economista pescarese lasciava l’insegnamento con tanti rimpianti: forse quello che gli sarebbe mancato di più era proprio il contatto con gli allievi, come accade per ogni docente universitario che sa rigenerarsi nella sua missione di insegnare e interpreta i suoi studi come mezzo per avvicinare e servire gli altri. Di certo Federico Caffè aveva sviluppato le sue impostazioni per una economia che tendesse al benessere sociale, che cioè fosse temperata negli estremismi del profitto; che avesse come punto di arrivo la ridistribuzione dei redditi. Ma Caffè fu anche molto lontano dal collettivismo. In un articolo del 192 sulla figura del riformista, Caffè scriveva: “Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l’istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l’opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie, avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che «vi sono due modi di amare la libertà; (…) Vi è il modo nostro; amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (…) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato verso la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare»”.
E, sotto il profilo umano, manifestò a chi gli era più vicino la preoccupazione per la sua terza età; forse un segno del dispiacere per l’abbandono forzato della cattedra universitaria, un segnale di più grandi e vitali preoccupazioni, che potrebbero averlo portato ad abbandonare ogni espressione del mondo. Ma in che modo, verso quali rifugi? Nessuno ha potuto mai accertarlo e di certo se ne parlerà a San Domenico, come un’appendice del sogno di coniugare l’economia con la giustizia sociale.






