IPOTESI SULLE CENERI DI OVIDIO, MA ANCHE SU GIULIA

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UN RECENTE DIARIO DI SACCHETTONI SULLA RELEGAZIONE DEL POETA

2 SETTEMBRE 2013 – E’ nella guarnigione di Romani a Tomis che Publio Ovidio Nasone ritrova il suo ancestrale collegamento con la terra peligna e riconosce negli occhi del comandante quelli di un amico di infanzia:

“Stasera, Ovidio, berremo rosato Peligno” “Corfinio. Tu sei di Corfinio”. Ovidio commosso all’improvviso “Come si fa a non riconoscere subito la propria adolescenza?”. Con il suo “Le ceneri di Ovidio”, Dido Sacchettoni ha proposto in aprile un diario della relegazione che solo in parte, però, concede spazio e sentimenti alla nostalgia. E’ anche quella del Vate una trasformazione; non è solo un tornare alla gloria dei giorni sfavillanti.

Il banchetto con vino peligno

In quel banchetto Ovidio tradirà per una volta il nuovo imperativo di non mangiare carne per via delle nuove convinzioni sulla reincarnazione; spezzerà (ma poi lo ricomporrà) il percorso della nuova fascinazione per Pitagora.

E’, certamente, un Ovidio sofferente, ma non inutilmente; in lui non c’è solo il lutto, ci sono nuove energie nei colloqui con la gente del posto. Appare più come un filosofo, anche se il libro concede molto alle descrizioni materiali, magari non del tutto necessarie, delle evacuazioni del poeta nella fase terminale della sua malattia e del modo di smaltirne il contenuto nella campagna circostante; e addirittura delle molto più evitabili connessioni tra funzioni erotico-anatomiche, non si sa se per pagare lo scotto di uno scrivere per il 2013. Questo non impedisce i continui e significativi innalzamenti: per esempio della immaginaria lettera di Giulia, la figlia di Augusto, che il Sulmonese ha portato tra i suoi papiri ed ha nascosto in una delle tante nicchie ricavate nella biblioteca.

La sventurata figlia dell’imperatore

Giulia la scrisse quando ancora non erano state pubblicate le “Metamorfosi” (ma a lei non era difficile procurarsele anche ad insaputa dell’autore) ed esprime il suo più alto sentimento di amore nell’auspicio di vivere il destino di Alcione e Ceice, del naufragio di questi mentre dall’alto di una roccia l’altra ne scorge il corpo che riaffiora e la magica trasformazione le dà la possibilità di raggiungerlo sotto forma di gabbiano per baciargli le labbra ancora umane e avvolgerlo con le ali come ad abbracciarlo. Gli dèi (non tutti erano perfidi) trasformano anche Ceice in uccello, affinchè, pure lui gabbiano, volino insieme per sempre: “Questo racconti, poeta mio, in un’irrealtà così reale da commuovere” gli scrive la donna più bella ed ambita dell’Impero e, quel che più conta per comprendere quale sia stata la loro vicenda di amanti in spirito, gli dà materiale abbondante per spiegare il suo conflitto con il padre: “Infatti vedo ormai compiuta un’altra metamorfosi: la sua, e non saranno gli dèi a mutarlo, ma Livia. Lei ha distrutto gli amorevoli sentimenti che avevo per lui e lui per me”. Giulia non condivide il finale delle Metamorfosi, esaltante per la dinastia della famiglia Giulia: “All’inizio era il Caos… Non cominci così il tuo poema? Invece il concetto andava messo alla fine: infatti, almeno per me, e per Roma, il Caos è cominciato da qualche tempo, non alla nascita del mondo”. Ovidio, con Giulia, era nella famiglia imperiale e questa lettera dà il senso del fine gioco intellettuale prima che fisico tra i due amanti (se sono stati amanti).

Profonda conoscenza di Ovidio dimostra Sacchettoni e non guastano, anzi abbelliscono e segnano una trama intrigante le molte ricostruzioni fantasiose (ed anche fantastiche): dopo tutto della relegazione, dei motivi e della stessa fine di Ovidio non si hanno notizie, ma solo supposizioni. Anche, inevitabilmente, delle ceneri di Ovidio.

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