LA SOLITUDINE DI OVIDIO

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Sono soltanto passate da poco le 9 di sera e Piazza XX Settembre appare deserta. Persino i rumori sono scomparsi, il silenzio invade tutto e non è rotto dagli schiamazzi tanto vituperati degli Anni Settanta, quando gli sventurati abitanti dei palazzi che fanno da corona al salotto sulmonese dovevano sopportare i richiami, talvolta osceni, di gente brilla anche a notte fonda.

Non ci sono sottofondi di impianti stereofonici delle autovetture, non motociclette che sgasano per esibizionismo. Sembra che il grado di civiltà si sia elevato: che ci sia rispetto per la quiete degli altri. Insomma sembra che un po’ di stile anglosassone sia arrivato fin qui, ai piedi di Ovidio.

Il fatto è che non si sente neanche il calore delle conversazioni discrete, il sussurro di incontri casuali e tonificanti.

Quanti la vogliono una Piazza XX Settembre anglosassone ?

Probabilmente non Ovidio, che non ha neanche un cane a fargli compagnia: la voce latrante che si sente mentre la telecamera inquadra il Palazzo di Giovanni Veneziano viene da qualche altro cortile, non sta in piazza. Chiuso da qualche anno il ristorante, in pausa settimanale il grande bar, chiusa anche la libreria che costituisce un punto di incontro, la piazza è soltanto un rettangolo di case; e questo poco dopo le 9 di sera.

E di mattina può capitare più spesso che Publio Ovidio Nasone ascolti attorno a sè solo la lingua dei Geti che per lui era il segno più concreto della sua relegazione e del dolore della distanza da Roma; o anche della nostalgia di un “piccolo terreno” da coltivare vicino a Sulmona.

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