RETROSPETTIVA SU SULMONA DI ANTONIETTA SPADORCIA

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“DI QUEL TEMPO QUALCOSA CONSERVO”

Maria Antonietta Spadorcia è nata a Prezza ed ha studiato a Sulmona, prima di diventare giornalista professionista, attraverso le esperienze al “Giornale d’Italia” e al “Giornale”. Oggi è redattrice del TG2 e segue la cronaca parlamentare. A Sulmona aveva incominciato la sua attività pubblicistica al quotidiano “Il Tempo” nel 1990. Le abbiamo chiesto di descrivere il suo passaggio  da Sulmona a Roma , che è anche un transito di età della vita.

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Ho raggiunto la parità. Parità di anni vissuti nel mio Abruzzo e fuori, praticamente sempre a Roma. E diventa uno di quei momenti in cui i ricordi e la nostalgia ti fanno capire che sei cresciuta davvero e che il tempo inesorabile ha segnato la tua vita. A Sulmona, all’Abruzzo in generale penso sempre. Ci sono i segni che me lo ricordano ogni giorno anche nel lavoro che faccio. Soprattutto dove lo faccio.

Camera dei Deputati, Roma. Il tappeto rosso del transatlantico e una capigliatura nota che si vede all’orizzonte. E’ Paola Pelino. Sì, quella dei confetti senza amido, continuo a spiegare ai colleghi che me lo chiedono incuriositi mentre in aula l’onorevole Pelino li offre a Berlusconi. Più in là sul divanetto Maurizio Scelli. E poi Sabatino Aracu che mi saluta con quell’accento tutto aquilano e il senatore Pastore che continua a chiedermi da dove vengo. E’ strano, ma quando sei fuori dal tuo luogo di nascita, l’origine si allarga diventa non più la città, ma la regione. Mio marito che è romano dice che noi abruzzesi siamo un clan. La mia amica Emma, portavoce dell’onorevole Baccini, luogo di nascita, Tollo, gli spiega che abruzzesi lo si è per sempre. Per quell’accento che viene fuori all’improvviso quando sei stanco o adirato. Per il modo di essere disponibili e di offrire aiuto. Per quella ricerca, anche in una metropoli, della confidenza tra vicini tipica dei nostri paesi. Emma ha piantato persino un ulivo sul suo terrazzo per sentirsi più a casa. Un altro mio collega, Adriano, nato a Roma da mamma di Corfinio, quasi ci invidia l’origine a tutto tondo, continua a leggere il Centro per immergersi nell’abruzzesità e si mette in prima fila ogni volta che deve partecipare alla giostra cavalleresca.

Io rifuggo i segnali esterni, ma devo ammetterlo: i ricordi spesso prendono il sopravvento. Come a gennaio scorso. Si riparlava dell’abolizione delle province. In transatlantico il ministro Calderoli da buon leghista continuava a teorizzare che non si devono cancellare ma ridurre forse sì. Togliere di mezzo, insomma, quelle inutili. Non so perché la mente fa salti all’indietro strani e ho ripensato per un attimo a quella bandiera che sventolava sull’Annunziata: Sulmona provincia. Che anni erano? Non ricordo. Io frequentavo il liceo Classico Ovidio e da giornalista in erba (per età e soprattutto per esperienza) scrivevo su Il Tempo delle reazioni della gente sulla diatriba Sulmona-Avezzano per la creazione di una nuova provincia appunto. Interviste tutte vere. Cioè con domande rigorosamente annotate su un taccuino e parole riportate alla lettera sul giornale. Nessuna sbavatura e soprattutto nessuna interpretazione. Il giornalismo per me allora era un sogno. Aveva l’odore della redazione di corso Ovidio, il rumore dei tasti della macchina da scrivere, il colore rossiccio di quelle righe dei fogli prestampati su cui bisognava scrivere e inviarli a Roma via fax. Preistoria, ma aveva il suo fascino. Era come quella fotografia di Montanelli seduto con la lettera 22 sulle ginocchia. L’obiettivo irraggiungibile era quello.

Ebbene, in quegli anni in cui la bandiera di Sulmona provincia sventolava sull’Annunziata (allora perennemente chiusa per restauro) io chiedevo alla gente perché la città dovesse avere la meglio sulla più moderna, più popolosa, più industrializzata Avezzano. E le risposte variavano dal “sarebbe un’opportunità per nuovi posti di lavoro” a “Sulmona ha più storia” fino a “è un centro culturalmente attivo”.

Pensavo a tutto questo mentre in un altro punto del transatlantico i “nemici” delle province ne teorizzavano l’abolizione. Pensavo che da adolescente mi ero cimentata in quel pezzo che aveva un significato politico per la città senza rendermene conto. Facevo la cronaca, punto. Era quello che mi si richiedeva, era quello che pensavo fosse questo mestiere. Oggi che seguo la politica da anni, che da almeno otto vivo dentro i Palazzi e ho visto cambi di legislature e di direzioni dentro la Rai, l’azienda che nonostante le critiche feroci io continuo a ritenere la migliore nel campo radiotelevisivo, ebbene oggi mi rendo conto che noi giornalisti forse non possiamo orientare le idee come pensano tanti, ma sicuramente diamo un “taglio” alle nostre. In televisione si fa attenzione a chi apre e a chi chiude un servizio, alla durata delle singole “battute” dei politici. Sì, “battute” perché il loro pensiero è racchiuso in 15 secondi, 20 se proprio è importante. L’intervista è un’altra cosa, sono almeno tre domande per un minuto e 30-40 di servizio. Non sto divagando. Tutto questo solo per spiegare che nella mia anima candida di adolescente che voleva fare, o giocava a fare, la giornalista, l’intervista era una cosa seria. E gli articoli dovevano essere di pura e fedele cronaca dei fatti.

Questo è solo uno dei pensieri su Sulmona. O anche su quel paesino distante pochi chilometri, Prezza, nel quale sono cresciuta e dove ancora vivono i miei genitori. Gli altri pensieri vengono fuori quando Emma mi ricorda della musica della banda che sapeva di festa, del vestito buono e della lotta tra mamme perché la propria figlia facesse l’angelo nel presepe vivente. Quando ci capita di ricordare insieme come eravamo, mio marito ci guarda strabuzzando gli occhi. Ma che mondo è, pensa. E’ quel mondo che ogni tanto rimpiango per la limpidezza, per la semplicità, per il tempo dato dal calendario e non da un’agenda elettronica che fa bip ogni mezz’ora. E’ quel mondo che vorrei far conoscere a mio figlio appena nascerà e di cui vorrei prendesse qualcosa, soprattutto quello che genericamente la mia amica Emma chiama l’essere abruzzesi.

Nella foto del titolo la fontana in Piazza Garibaldi