“LASCIATE CHE I POETI VENGANO A ME”

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CHIUDE L’HOTEL ITALIA. SI INFRANGONO LO SPIRITO DEL LIBERTY E IL RICORDO DI UN PASSAGGIO DI FRANCESCO DE GREGORI

25 NOVEMBRE 2014 – “Lasciate che i poeti vengano a me”.

Poteva essere un cartello da apporre sulla suggestiva facciata dell’ “Hotel Italia”, semicoperta da una ricca e duratura vite americana, l’ampelopsis, che con poco dà tanto. Aveva un fascino; e lo esercitava sugli spiriti più sensibili o almeno su quelli che sapevano esprimere meglio le sensazioni che si provano a dormire in uno stile “liberty” autentico, senza le rifiniture un po’ false dei “bed&breakfast” arrangiati dagli anni Novanta in poi; corredato da una specie di certificato di originalità che veniva dalle stanze senza bagno autonomo, come si usava tanto tempo fa. Dunque, era popolato di poeti, l’Albergo Italia: con tutte le categorie che da quel ceppo si dipartono, come i musicisti, i pittori, i giornalisti, i motociclisti, i collezionisti di auto d’epoca.

Dopo oltre un anno di lavori in corso, sembrava pronto a una nuova vita, ma solo all’esterno. I mobili vengono portati vita giorno dopo giorno. La chiusura è definitiva. Ed è normale che, così, si pensi alle ultime persone che hanno passato una notte, anche se potevano tornare a casa solo con un’ora in più di viaggio, lungo l’autostrada per Roma.

Il richiamo per il poeta

Sembra non siano finiti mai i tempi di “Buonanotte fiorellino”; eppure sono passati quaranta anni. De Gregori ha attraversato le epoche più diverse; prima di un Presidente della Camera che era stato comunista ha parlato dell’esperienza dei ragazzi “divorati dalla primavera” della Repubblica Sociale, nel suo “Il cuoco di Salò”, che è una umanissima favola dell’innocenza al tempo dei lupi, o della inconsapevolezza al tempo delle ideologie. Ora ha lanciato “Viva voce”, una riproposizione di 24 brani di tutto il suo repertorio di quattro decenni e qualche anno in più.

Avevamo sentito dall’edicolante di Piazza XX Settembre che una notte De Gregori aveva dormito a Sulmona, scegliendo un albergo decò e suggestivo in Piazza Salvatore Tommasi.

Abbiamo ripensato a quella notizia ormai di qualche anno fa, ascoltando le parole di questo suo “Volavola”, quarto brano dell’affascinante “Per brevità chiamato artista”, prodotto dallo stesso De Gregori e da Guido Guglielminetti, Edizioni “Serraglio – Sony Musich Publishing”, registrato e missato da Gianmario Lussana, mastering di Fabrizio De Carolis. E, del resto, De Gregori ha parlato in qualche intervista del suo periodo pescarese, di quando era poco più che adolescente.

Sentiamo l’impronta del “Vola vola” abruzzese di Albanese, che è una sorta di inno regionale. E sentiamo cosa canta De Gregori:

“Vola il pavone e vola il cardellino

Vola il pavone e vola il cardellino

Se vai cercando un sassolino d’oro

Vedi che nel mio cuore ce n’è uno

Che se lo trovi non ti pare vero

Se vai cercando d’oro un sassolino

Vola il pavone e vola il cardellino

E vola vola vola vola vola

Solo per un’ora per un’ora sola

E vola come le parole e le sciocchezze

E vola come i baci e le carezze

E vola come i baci e le carezze

Se risalisse il fiume alla foresta

Se risalisse il fiume alla foresta

Se ritornasse l’acqua alla montagna

Se rivenisse l’ora della festa

Sarebbe ancora grano la farina

Se ritornasse l’acqua alla montagna

Se si tenesse il mare in una cesta

E vola vola vola…”

Si percepisce, anche (oltre all’incipit con il riferimento al “cardillo”), la poetica della nostalgia per un tempo felice, per quell’”ora della festa” che nel “Vola vola” abruzzese è descritta con il desiderio di far tornare per “un’ora sola” il tempo bello del gioco e della spensierata felicità (“quand pazziavam a vola vola e te riempia di baci e di carezze”).

Un nuovo inno abruzzese

La musica di questo “Volavola”… gregoriano (Alessandro Arianti pianoforte e organo  hammond, Lucio Bardi banjo, archi arrangiati da Guido Guglielminetti e diretti da Maurizio Sparagna, Chiara Quaglia voce solista) è, a sommesso avviso di chi non è musicologo, anche più bella e matura di quella di Albanese, sfregiata, com’è quest’ultima, dall’accostamento con le frasi, diciamo così, pragmatiche che Crozza infarcisce nel suo “Paese delle meraviglie” del venerdì sera.

Posto per De Gregori, oramai, in quell’albergo non c’è più; e Sulmona percepisce ancora come talvolta, anche conservando quello che esisteva, si sarebbe potuto competere con i grandi flussi turistici o almeno con quelli più qualificati. Ma si potrebbe partire da questo ormai labile collegamento per lanciare il nuovo “Vola vola” come il vero inno abruzzese, non folkloristico, non di maniera; frutto, perché no, di una notte passata alle spalle di Ovidio.