LE RADICI IDIOMATICHE / VECCHIE E NUOVE RISCOPERTE DAI GIOVANI

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Sintassi in lingua peligna  – Sorprendente interesse sui siti web per la cultura dialettale

Venanzio Porziella è nato a Sulmona 45 anni fa: il suo nome partecipa della storia del giornalismo televisivo della città, fatto soprattutto di servizi per “Videoesse”, ma anche per “Il Tempo”, sportivi e di cronaca o di cultura. Nell’ultimo periodo di vita sulmonese, quando ormai, laureato alla “Cattolica” di Roma, era proiettato verso il Policlinico Gemelli,  Venanzio Porziella ha collaborato per la pagina di medicina del “Tempo”, per poi trasferirsi definitivamente nella Capitale e far parte della equipe di chirurgia toracica del Gemelli, dove è diventato anche Ricercatore. La sua continua applicazione agli studi e alle tecniche chirurgiche non ha cancellato il suo affetto per Sulmona, che si esprime in questo denso intervento ricorrentemente da noi richiesto all’arguto giornalista. Il Dott. Porziella non ha mai abbandonato la penna pur dopo aver preso familiarità con il bisturi.

“Da do iosc mo teue”.

Non inganna l’attacco gutturale, quasi balcanico, né la sonorità malinconica del finale, a metà tra fado e bossanova. O meglio, non inganna almeno chi con la Valle Peligna ha un legame e riconosce in questa frase le sonorità tipiche di un dialetto familiare. Sono lontani i tempi in cui questo era l’unico linguaggio che permetteva di comunicare a tutti i livelli, dalle contrattazioni in piazza nei giorni di mercato ai commenti salottieri nei giorni di festa: eppure il dialetto resiste, sfruttando le potenzialità della nuova comunicazione in modo sorprendente. E così impazza sul web la passione per il dialetto peligno; blog, social network, gruppi, sostenuti da un popolo trasversale per età e luogo di residenza.

La frase di apertura, per esempio, è stata scritta da uno dei 712 membri de “La cuncarelle”, gruppo di Facebook nella cui presentazione si legge: “pagina in dialetto sulmonese e della Valle Peligna. Per comunicare usare solo il dialetto per non perdere le nostre radici e le nostre origini.” Sfottò, modi di dire, allocuzioni si susseguono quotidianamente tra gli utenti di questo gruppo i quali, nel pieno rispetto della regola principale del forum, usano esclusivamente il dialetto. Scritto così come si pronuncia, privo di qualunque simbolo della fonetica ufficiale (e sì che ce ne vorrebbero, per esprimere alcune sonorità tipiche della nostra parlata) e pertanto – a modo di vedere di molti – divertente: la traduzione in parola scritta sic et simpliciter di una lingua che ha sopravvissuto al tempo quasi esclusivamente grazie alla tradizione orale, da un lato genera neo-allocuzioni visive e dall’altra suoni che aprono varchi nella memoria. “Da do iosc mo teue”, appunto.

Ma c’è di più. Nella ricerca di proposizioni verbali antiche e pressochè scomparse, c’è chi ha voluto dare quasi una rigorosa e filologica impronta all’operazione. “Viaggi all’estero- si legge nel blog Wikidialetto Sulmontino (http://letsfindthebar.blogspot.com/2009/05/wikidialetto.html)- e incontri casuali con le comunita’ di emigranti sulmonesi (come dimenticare il Sulmona Meat Market, una macelleria di conterranei a Boston, o il club dei conterranei in Canada?) ci hanno fatto riscoprire termini dialettali desueti oppure hanno consentito di scovarli in un angolino della memoria. E’ come se l’emigrazione – continua il blogger, nickname “bandito” –  avesse agito da forziere del dialetto sulmontino, evitando contaminazioni ed influenze linguistiche che tendono alla massificazione”. Da qui l’idea di un dizionario “Wikipedia-style”, alla cui compilazione ognuno porta il suo personalissimo contributo: “ L’idea della valorizzazione e della conservazione di un microcosmo che rischia di perdersi e’ piaciuta immediatamente, trovando immediato riscontro. Tra gli infaticabili contributori, amici e parenti canadesi, argentini, americani: anche grazie a loro, e’ divertente scoprire termini sconosciuti”. Un lavoro certosino, che a tutt’oggi ha fruttato la bellezza di 2253 termini, 205 proverbi, 64 locuzioni discorsive, 14 canali irrigui (è stata praticamente ricostruita la mappa dei canali della vallata con nomi originali e competenze territoriali di ognuno), 5 giochi tradizionali, 22 invettive e 17 filastrocche, per un totale complessivo di 2581 allocuzioni. Tutte catalogate in gruppi e per ordine alfabetico, con spiegazione esemplificativa e traduzione in inglese. “Abb’nta’→ aggredire→ to attack. Lu can’ j’s’abb’ntat→ sono stati aggrediti dal cane→ the dog attacked them”: rigore metodologico praticamente ineccepibile.

Eplorando un altro sito (http://www.smpe.it/folklore/dialettosu.asp) è possibile addirittura reperire un abbozzo di grammatica del sulmontino, con tanto di declinazione dei verbi essere ed avere e dei pronomi. Non manca, per chi volesse esplorare questo link, la catalogazione accurata in ordine alfabetico dei principali e storici soprannomi sulmonesi: da “Acchiappaciell” a “Zuzzù”, una lunga teoria degli storici indicativi di gens che consentivano di identificare immediatamente individui su cui verteva l’oggetto della discussione.

Certo, la presenza di trattazioni autorevoli sul dialetto in rete non è una novità. Per chi avesse voglia di approfondimenti, la consultazione di http://digilander.libero.it/toponomastica/aree_dialettali.html consente di appurare le diversità storico-antropologiche tra sulmonese antico e nuovo sulmonese, così come la divisione dell’idioma peligno in Valvense orientale e in Peligno parlato oltre le gole di Tramonti, mentre per le metafonesi il suggerimento è di consultare http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_d’Abruzzo. Ma questa è un’altra storia.

Quello che oggi appare straordinario è il nuovo ruolo che il dialetto si propone di svolgere, quale filo conduttore tra persone lontane connesse solo dall’invisibile rete del web. Gli iscritti del gruppo di Facebook “Sulmona in the world”,  che si propone come “ Punto di incontro di tutti i nativi della cittadina di Sulmona che per amore o lavoro sono in giro per il mondo…”sono ben 776, a testimoniare che alla nascita, proprio mentre viene reciso il cordone ombelicale materno, si genera un secondo cordone, invisibile, che nessun ostetrico sarà mai in grado di staccare. Da questo cordone nasce la voglia di appartenenza, anche a distanza, che l’uso del dialetto rimarca quasi fosse un segno indelebile, un certificato di garanzia, un marchio di denominazione a origine controllata.

La nuova comunicazione ha prodotto un cambiamento inimmaginabile: una lingua solo parlata adesso è anche scritta e si propaga per il pianeta con la velocità del cablaggio. E mantiene intatta la sua musicalità e la sua ironia, permettendo all’utente di riflettere su quanto geniali siano alcune espressioni.

Prendiamo ad esempio l’espressione “ess quiss” (gruppo su Facebook): nella pronuncia, onomatopeica fino al midollo, come non ravvisare il sibilo ruffiano, carbonaro, complice, “piazzaventisettembrino” di chi allerta un presente dell’imminente arrivo di una persona da cui prendere le distanze? In quel “quiss” c’è un quid di non spiegabile, figurato, di detto in precedenza. Due sole parole per spiegare un concetto che può richiede minuti che non si hanno a disposizione, perché l’allocuzione deve essere confidenziale e veloce.

Geniale, appunto. Non ho resistito al fascino di “ess quiss”.  Ed ho aderito al gruppo….