INTERVISTA ALL’AVVOCATO FRANCESCO ZURLO

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La Giustizia è un servizio se considera il territorio

 

L’avv. Francesco Zurlo è nato a Sulmona 63 anni fa. Succeduto al collega Lucio Speranza alla Presidenza del Consiglio dell’Ordine nel 1987, ha guidato l’organismo professionale forense fino al 1997, cioè nel periodo nel quale sembrava fosse imminente la riforma delle circoscrizioni giudiziarie in coincidenza con l’introduzione del nuovo codice di procedura penale. In realtà, all’inizio degli Anni Novanta furono eliminate molte preture, tra le quali, nel circondario di Sulmona, quelle di Pratola Peligna e di Castel di Sangro. I Tribunali, invece, non subirono riduzioni ed anzi qualcuno fu istituito. E’ stato anche componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza dell’Abruzzo, dal  1997  al 2001.

Ora si torna a sostenere la necessità di un intervento radicale per ridisegnare la geografia giudiziaria. Abbiamo illustrato le linee di questo progetto nel primo numero di questo giornale, nel quale sono indicate anche alcune ragioni che consigliano di guardare con apertura alla riforma, purché finalizzata a rendere più funzionale il servizio ai cittadini, se del caso considerando anche le statistiche e senza considerare intoccabili alcuni uffici pur sostanzialmente improduttivi

Giambattista-Vico–          Avvocato Zurlo, ritiene valida l’attuale dislocazione sul territorio degli uffici giudiziarii, soprattutto nel centro e nel meridione d’Italia ?

Una razionale revisione dell’attuale reticolo giudiziario, finalizzata a rendere al cittadino un servizio giustizia decisamente più rapido ed efficiente mi sembra ormai non più procrastinabile. In effetti – tanto per fare alcuni esempi – i 17 Tribunali del Piemonte, o i 16 della Lombardia o, ancora, i 19 della Sicilia ripartiti addirittura in ben quattro Corti d’Appello, non trovano giustificazione sol che si consideri la ormai elevata capacità di movimento dell’utente, le minimali distanze di alcuni di essi l’uno dall’altro e, in certi casi, la assai limitata estensione del relativo circondario.

Ovviamente una coraggiosa revisione della geografia giudiziaria dovrebbe frenare e respingere le istanze di mero contenuto campanilistico di cui si fanno paladini i politici locali, tenere conto del sistema orografico del territorio interessato, della sua omogeneità e della sua economia e, soprattutto,  disancorarsi da alcuni non condivisibili criteri oggettivi cui, invece, sembrano ispirarsi gli ultimi progetti sul punto. Mi riferisco, in particolare, ad una sorta di logica “aziendalistica”, che vorrebbe una amministrazione della giustizia nell’ottica di un bilancio quantitativamente positivo, ovvero con ricavi che superino i costi; o al principio secondo cui solo le Città capoluogo di provincia dovrebbero essere sedi di Tribunale, così dimenticando che la prima forma di utilizzo della giustizia è quella dell’accesso fisico e territoriale.

 Informatica senza sprint

–          Una efficiente rete informatica, funzionante come può esserlo quella di una grande impresa privata, può evitare una frammentazione di risorse sul territorio ?

Certamente l’adozione sul’intero territorio di un adeguato ed efficiente sistema informatico e, aggiungo, il contestuale addestramento del personale, consentirebbero un notevole risparmio sulle spese di gestione dei processi ed un incremento di produttività di tutti gli organi giudiziari. Non si pensi, però, che la informatizzazione sia la panacea di tutti i mali. Già Carnelutti, abituato a frequentare le aule dei Tribunali, ebbe ad osservare “a che serve un delicato congegno a chi non ha la capacità o non può avere la cura necessaria per farlo funzionare ?”

Intendo dire che le riforme, le innovazioni, camminano sulle gambe degli uomini, sicchè, se questi non le applicano, rimangono sulla carta e spesso finiscono con l’essere, oltre che inutili, dannose.Più poteri ai Giudici di Pace

–          La cronica conflittualità per le cause di scarso valore ha sempre rappresentato un freno all’efficienza dell’apparato giudiziario: Taruffo ne “La giustizia civile in Italia dal ‘700 a oggi” (Il Mulino, 1980) riferisce che nel decennio 1881-1890 i giudici conciliatori esaurivano il 72,5% dell’intero contenzioso civile e nel decennio successivo l’84,5% (a fronte dei pretori che esaurivano solo l’11,4%). Oggi l’ Italia presenta statistiche anomale rispetto al resto d’Europa. Questa anomalia può essere fronteggiata con una presenza diffusa di giudici onorari ai quali potrebbero essere demandate le controversie fino a 50.000,00 o 70,000,00 euro di valore, oppure quasi tutte quelle condominiali, o quelle possessorie fra fondi di piccola estensione, consentendo ai giudici onorari di decidere con sentenze non esecutive, in modo che ai Tribunali sarebbe consentito un vaglio sul materiale di prova già acquisito ? In questo modo si potrebbe alleggerire il carico delle Corti d’Appello che oggi, come giudici di secondo grado, sono letteralmente intasate ? Non sarebbe questa una scelta migliore rispetto a quella, praticata di recente dal legislatore, di rendere sommario il giudizio o quella, ancora peggiore, di rendere sommarie le sentenze ?

Intanto ritengo debba essere chiaro a tutti che quando si parla di giustizia “minore” la locuzione “minore” non deve essere intesa come “secondaria”. La giustizia “minore” è, in realtà, la “maggiore”, perché la più diffusa, la più capillare e penetrante sul quotidiano di un popolo, la più immediatamente avvertita e, dunque, quella da cui si diparte la fiducia nell’intero sistema. Di conseguenza è proprio la giustizia “minore” che ha bisogno della massima attenzione e di rapida ed efficace tutela, in modo che il cittadino avverta la presenza dello Stato. Dopo la sciagurata soppressione di quell’autentico pilastro della giurisdizione rappresentato dalla figura del Pretore, benvenuto sia il Giudice di Pace ad occuparsi di quelle cause “minori” che tanto bisogno hanno di essere decise rapidamente. Rimane però il problema di un idoneo reclutamento dei Giudici di Pace, specie nella previsione di un ulteriore ampliamento delle competenze per valore e per  materia delle controversie ad essi affidate. Quanto alla scelta di rendere “sommario il giudizio” e “sommaria la sentenza” non è altro che l’ennesime riprova della “schizofrenia” di cui il nostro legislatore sembra affetto; e che lo ha portato alla previsione di una variegata molteplicità di procedure labirintiche con riti differenziati, forme diverse, termini diversi, che finiscono con il rappresentare autentici trabocchetti non solo per i difensori, ma anche per gli stessi giudici. Alla moltiplicazione dei riti ed alla tendenza alla sommarizzazione del processo dovrebbe sostituirsi un unico rito mirato ad una semplificazione delle formalità ed ad una riduzione delle ipotesi di specialità, cui dovrebbe aggiungersi, proprio perché le riforme camminano con le gambe degli uomini, la capacità del Giudice di arrivare effettivamente preparato alla udienza, informato dei fatti di causa e delle questioni da affrontare, così da essere pronto a stimolare il raggiungimento di accordi conciliativi e non, come in concreto quasi sempre avviene, senza conoscere il merito della controversia in trattazione, sicchè non ha altra scelta che parteciparvi passivamente, lasciando ai difensori ogni iniziativa anche di carattere dilatorio.

Rapporto fondato sulla fiducia

–          Pur nella rilevante crescita numerica degli iscritti, la professione forense è ancora affidata ad un rapporto di conoscenza diretta e fiduciaria tra il cliente e il professionista e per molti questa è l’unica garanzia di conservazione del credito e della autorevolezza di ogni singolo avvocato. E’ ancora così rispetto a quando Ella ha intrapreso la Sua attività ?

Il rapporto con il cliente, specie in una comunità piccola come la nostra, non è cambiato: è ancora fondato sulla conoscenza diretta e sulla fiducia acquisita con il tempo. Certo le nuove generazioni sono più “preparate”, ovvero più “curiose”, e chiedono di essere informate su ogni aspetto della vicenda cui sono interessate, sicchè la fiducia conferita all’avvocato diventa sempre più consapevole o fondata sulla reale capacità di tutelare lo specifico interesse in discussione.