LE “VOCI DI DENTRO” DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

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PETARDI INVECE DEI CONCETTI NELLA EDIZIONE MINORATA DEL CONFRONTO POLITICO

16 OTTOBRE 2021 – Nelle “Voci di dentro” di Eduardo De Filippo, “Sparavierzi” rinuncia a parlare e si esprime solo con scoppi di petardi, da interpretare da congiunti e amici stretti. Aveva confuso sogno e realtà ed era andato a denunciare un fatto solo sognato. Ad ogni scoppio o coppia di scoppi o sequenza di scoppi si può dedurre il suo pensiero; ma lui non appare. La scena si svolge senza di lui. Diventano protagoniste le interpretazioni.

Si dirà che quello è un dramma; questa a Sulmona è la realtà, perché un candidato sindaco ha dichiarato di non voler più parlare e lancia petardi variamente interpretabili; a fornire una “interpretazione autentica” sono vestali e sacerdoti di un nuovo rito elettorale. Non sfiorato dal silenzio del sabato prima delle elezioni, il candidato sindaco del “Protagonismo” ha esteso a tutta la settimana (e qualche giorno della precedente) il silenzio pre-domenicale. Ma è un silenzio per modo di dire, perché vestali e sacerdoti intensificano, per sconfiggere il lutto dell’assenza, i commenti, quasi tutti in linea con la prosa un po’ difficile dei rari interventi (sostenuti da più rari “like”) e dei comizi del candidato quando si esprimeva nella campagna elettorale versione standard, cioè nella campagna dei tempi e dei modi scelti tra i registri alti, non aliena da grida e minacce, da lirismi ad arte e quindi scevra da sottintesi, fatta di nomi e cognomi presi di petto e invocati come presenti dopo l’accurata verifica che non erano presenti e, impegnati in simultanei comizi al di là del Vella. non potevano rispondere; di compiaciuta adesione all’antiestetico dialetto dell’Abruzzo interno (lo è, per quanto sedimentato da una società esteticamente e moralmente elevata).

Tutto, all’improvviso, è stato sostituito dai petardi che il candidato sindaco, come l’ex impresario di fuochi d’artificio Nicola Saporito, seguita a sparare perché quello è diventato il suo linguaggio, che altri, non lui prima del voto, potranno certificare come autentico.

Insomma, un incubo per l’elettore che era abituato alla piazza, non necessariamente quella di Berlinguer o Almirante, ma alla piazza che con i suoi spazi aperti può portare all’eccesso opposto rispetto all’imboscata: può portare, difatti, all’agorafobia, solo una patologia rispetto alla condizione normale del confronto senza paure e senza fobie.

Brutto intercalare e brutta conclusione per un rito che portava i sulmonesi ad aspettare, il martedì mattina, i giornali che venivano da Roma e contenevano le cronache cittadine e si si esaurivano alle 10 nonostante le ricariche vertiginose; segno di un’ansia di commenti, di volontà di vivere l’ebbrezza dei risultati e delle dichiarazioni per scoprire quale fosse quella che si avvicinava di più alla propria impressione.  Nel surrogato di quelle elezioni, ottenuto con l’inflazione dei commenti su facebook, si replica il modo dei messaggi brevi e secchi, come i petardi dello “zio Nicola” dallo schifamondo nel quale si è ridotto per aver esagerato a parlare. Tutto fatto da solo sulla strada di una esaltazione, che racconta quanto sia difficile considerare l’avventura politica come un servizio e non come un fuoco d’artificio. Artificio, esatto.