LE VOCI DI DENTRO…IL TELEFONO

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REPERTO QUASI ARCHEOLOGICO DEL GIORNALISMO FATTO CON GLI STENOGRAFI

5 GENNAIO 2025 – Dopo più di trentasei anni di gelosa custodia da parte di Giuseppe Guastella (che ne era rimasto affascinato, mentre si proiettava nelle tecnologie del nuovo giornalismo) è rispuntato il telefono principale della redazione de “Il Tempo” di Corso Ovidio 222 (quindi prima del trasferimento in Piazza del Carmine, nel gennaio 1989). E’ di pesante e sostanziosa bachelite, il disco avrà ruotato quattro milioni e cinquecentomila volte, considerando che formava un centinaio di numeri al giorno, di almeno cinque cifre ciascuno, tutti i giorni, tranne i cinque di riposo canonico nell’anno. E gira ancora senza incepparsi. Solido, non ha una scalfittura, giusto è privo del pulsante bianco, che serviva a colloquiare con gli interni senza che l’interlocutore esterno sentisse, mentre quello rosso passava la linea (o la riceveva dal gemello che si trovava nella stanzetta accanto, a quattro metri, spesso si faceva prima a darsi una voce; o all’altro “subordinato, nel budello dell’altra “stanzetta”).

Tutto è passato per quei fili: inaugurata nel 1964, la redazione del Tempo registrò di lì a poco la straordinaria affermazione del Partito liberale di Panfilo Mazara; gli scioperi all’ACE e nelle scuole subito dopo il ’68; gli omicidi e le storie dei dispersi sull’Aremogna o alla Camosciara, o i morti per slavine; il terremoto del 1984; due o tre capovolgimenti di fronte nel consiglio comunale. Passava tutto per qui fili anche perché, prima che arrivasse il telefax (nel giugno 1976) si dettavano gli articoli più urgenti agli stenografi.

C’è ancora il numero: 51641, mentre il carcere della Badia era 51640, ma chi sbagliava non rivelava mai il suo nome…

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