PREVEDIBILI DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE SULLA IPOTESI PER I RIFIUTI
6 OTTOBRE 2019 – Un romano in permesso di soggiorno in Abruzzo, Marco Marsilio, ha detto che, in fondo, “gli inceneritori non sono un tabù”. Visto che fa anche il presidente della Regione, è ovvio legare questa affermazione alla ipotesi di costruire i termovalorizzatori sul territorio regionale, sebbene il presidente rimandi tutto alla approvazione di un piano regionale per i rifiuti. Fuori dai giochi di scherma, già da adesso i sulmonesi debbono sapere che un’area presa dal mazzo sarà proprio la Valle Peligna: non solo perché politicamente è nella fase più debole di quanto sia mai stata dal dopoguerra (cioè da quando è stato reintrodotto il sistema elettorale), ma anche perché, pure quando ha avuto un assessore regionale, Andrea Gerosolimo, questi ha collaborato assiduamente con il presidente D’Alfonso per mandare i rifiuti di Roma nella discarica di Noce Mattei, anche per incrementare il fatturato del COGESA secondo quello che ha sottolineato a più riprese l’amministratore unico nel suo genere Vincenzo Margiotta.
Dunque, se l’ipocrisia di Marsilio gli fa sussurrare frasi alla vasellina come “valorizzare i rifiuti”, è all’ipocrisia di fondo che bisogna dare un’occhiata, cioè a quella impostazione che, per il consueto ricatto occupazionale, ha eletto la Valle Peligna a discarica regionale: dalle gomme per autoveicoli che nessuno sapeva smaltire e che un giorno (foto del titolo), guarda caso, si sono bruciate tutte insieme all’Adria il 22 luglio 2014; alla centrale di spinta della Snam, che va inquadrata comunque tra le fabbriche di residui indesiderati; ai fanghi velenosi del porto di Pescara, altro regalo di D’Alfonso in combutta con Gerosolimo. Infatti, con la ripetitività del disco rotto, si presentano mirabolanti risultati occupazionali per far ingerire i rifiuti dell’Aquila, abbracciando il capoluogo regionale nel COGESA che era nato per gestire l’impianto di Noce Mattei per 40 anni e che si troverà a dichiarare sature le capacità di recepimento tra pochissimi anni; oppure per dare una mano all’emergenza di Roma, che è sempre dietro l’angolo e non si è risolta con il conferimento indifferenziato di due anni fa. Per giunta, alla emergenza non risolta (anzi aggravata in questi giorni) della Capitale, fa da pendant il dato oggettivo che Marco Marsilio è prima di tutto romano ed è stato catapultato nella realtà abruzzese solo perché il partito di Giorgia Meloni non aveva un abruzzese da proporre alla presidenza, pur avendo avuto, nella mappa studiata a tavolino, l’assegnazione di un presidente in Abruzzo.
Marsilio è romano non solo perché non si sforza neppure di mascherare la calata romanesca, quanto perché di suo, della sua esperienza politica giovanile, del suo impegno civico anche successivo ai verdi anni, l’Abruzzo non ha traccia e, dunque, non è neppure al riparo dall’imbrattamento degli inceneritori che dovrebbero “valorizzare i rifiuti”. Anche questo Marsilio, in fin dei conti, è un regalo che la Destra in decadenza ha fatto all’Abruzzo.






